sabato 28 gennaio 2017

QUEL CHE RESTA DELL'ATLANTISMO

A mio sommesso parere, l'interessse USA verso l'Europa ha iniziato a scemare già con la Presidenza Clinton e, da allora, la divaricazione fra gli interessi geopolitici statunitensi e quelli europei è sempre stata più evidente con il riposizionamento della politica estera USA sui rapporti transpacifici.
Lo stesso tentativo di trattato TTIP anziché rendere più coese le relazioni atlantiche rimarcava la subordinazione dell'UE agli interessi economici USA. 
Così come le sanzioni economiche contro la Russia, cui si è accodata obtorto collo l'UE, o le vicende susseguenti alle c.d. "Primavere arabe" hanno di fatto deleggittimato ed indebolito l'UE a tutto vantaggio delle politica economica, commerciale ed internazionale degli Stati Uniti. 
Mentre si realizzava questo scenario tutti, in Europa, hanno fatto la politica dello struzzo sicché non è stata sviluppata una dottrina politica che sancisca l'autonomia responsabile europea in tema di capacità di difesa e di proiezione geopolitica. 
La Brexit - ancorcchè la decisione ultima spetti al Parlamento britannico - costituirà un'ulteriore appensantimento dello scenario per l'UE. 
La Turchia, membro della NATO, nell'accordarsi con la Russia per la soluzione del conflitto siriano ha reso palese come il re (atlantismo) sia nudo. Un assist formidabile agli USA che da tempo ritengono strategicamente inutile continuare a finanziare questo carrozzone voluto in una realtà storica e politica completamente diversa dall'attuale.

Che fare? 
Dire che l'UE si trovi nel classico "cul de sac" è riconoscere una triste ed amara verità.
Provo, sragionando ad alta voce, ad immaginare due possibili scenari:
1. una rapida riconversione dell'UE;
2. un dissolvimento dell'UE.

Il primo mi pare di difficile ed ardua realizzazione in tempi rapidi, quali richiesti dalla gravità della situazione, sia perchè occorre modificare i Trattati costitutivi dell'Unione, sia per la carenza di leaders europei di vaglia, sia per la tendenza a litigare sulle minutaglie anziché pensare in grande.
Il secondo - che in parola semplice suona come "liberi tutti" - è molto rischioso ed avventurista: porrebbe i singoli Paesi - a cominciare dall'Italia - alla mercè delle due potenze regionali che si stanno attrezzando per questo evento: la Russia e la Gran Bretagna. Senza contare della capacità di penetrazione economica della Cina e di alcuni Paesi Arabi in ogni Paese europeo alle prese, già adesso, con la scarsa tenuta economica delle proprie imprese.

Voglio sperare che si possa percorrere il primo scenario......

martedì 17 gennaio 2017

GENOVA. C'è chi vuole la decrescita felice e far morire la città.

La nostra città ha sempre avuto, inspiegabilemente un rapporto conflittuale con il porto e le attività che vi svolgono, Un senso di fastidio che si manifesta nel rallentare ed insabbiare ogni tentativo di migliorare la produttività del porto che resta la prima fonte di reddito dei genovesi. L'incongruenza è somma, si vive e si campa col porto, ma - sotto sotto - si opera contro il porto.Non è che le Istituzioni abbiano comportamenti molto diversi. Ricordare la battaglia di un'intera Giunta contro il rigasificatore del Porto Petroli è solo un esempio. 
Adesso un pugno di cittadini benestanti opera contro le Riparazioni Navali giungendo ad affermare, attraverso il proprio portavoce, che questo tipo di attività dovrebbere trovarsi ad almeno 8-10 km da nuclei abitati; vien da sorridere: dove si pensa di trovare lungo le coste liguri - e financo italiane - una situazione di questo tipo ? 
Dicano chiaramente che pensano di eliminare le Riparazioni Navali, le industrie manifatturiere dal nostro Paese in modo da concludere la loro vita fra il lusso e la tranquillità alla faccia di tutti coloro che da queste attività traggono il sostentamento per sè e la loro famiglia....a parte la ricchezza prodotta per il Sistema Italia.

Diventa sempre più urgente ribellarsi al principio della decrescita felice per impedire che Genova muoia!