giovedì 28 aprile 2016

BAMBINI MIGRANTI senza presente e senza futuro



Il 35% dei migranti che sono entrati nell’Ue dal 1º gennaio 2016 sono bambini,  molti dei quali viaggiano non accompagnati da un adulto. Nel 2015, 85.482 minori non accompagnati hanno chiesto asilo nell’Unione europea, triplicando le cifre del 2014. La metà di loro proveniva dall’Afghanistan, mentre il 13% dalla Siria. Più di 10.000 bambini migranti sono scomparsi dal loro arrivo in Europa e si teme che alcuni di questi siano sfruttati da bande criminali. Questo i dati dell’Europol e dell’UNHCR. 
Adesso leggo che la Camera dei Comuni britannica ha respinto l’ipotesi di accogliere 3000 minori in Gran Bretagna. 
Non mi scandalizzo. 
Mi arrabbio, invece, all’idea che ci siano minori che vagano per i Paesi europei, permangano senza presente e senza futuro in strutture indegne nella totale indifferenza delle Istituzioni UE e dei singoli Paesi. Il tempo impiegato (ed è indicibilmente tanto….) a discutere sul come affrontare il problema migrazioni verso l’Europa è tempo sottratto, dolosamente, al futuro di questi minori.

lunedì 25 aprile 2016

DALL'AUSTRIA UN MONITO CONTRO LO "STATALISMO STRISCIANTE"

Rifletto sul risultato delle elezioni presidenziali in Austria ove al ballottaggio andranno il candidato del FPOE, Norbert Hofer, che ha conseguito il 36,4% dei voti ed il candidato indipendente Alexander van der Bellen che ha conseguito il 20,4% dei voti.
Tralascio volutamente la valutazione sulla scarsa rilevanza del Presidente all'interno delle Istituzioni democratiche della Repubblica Austriaca: mi pare una "foglia di fico" utilizzata da coloro che hanno subito una clamorosa sconfitta elettorale.
Così come tralascio le valutazioni sui cori di giubilo degli esponenti del Front National e della Lega Nord.
Mi pare semplicistico attribuire questo risultato ad istinti xenofobi, populismo o valutazioni contro l'immmigrazione. La semplice constatazione che Paesi UE in cui sono al governo partiti di sinistra o di centro-destra abbiano posizioni molto negative sulla politica a favore dell'immigrazione deve far scartare questa lettura superficiale del risultato austriaco.
Credo che le motivazioni debbano essere ricercate altrove, come il segnale pervenuto dal recente referendum olandese ha provato a suggerire.
Forse non si è più disposti ad accettare lo "statalismo strisciante" che domina le diverse decisioni assunte in sede UE e per questo vengono penalizzati i due partiti che costituiscono l'asse portante dell'UE: il PSE ed il PPE. Troppe decisioni sono assunte contro gli interessi economici e sociali delle popolazioni, troppo decisioni non rispettano il patrimonio culturale ed ideale delle popolazioni. La stessa Corte di Giustizia di Strasburgo si caratterizza per sentenze che, pur nel rispetto formale dei trattati in essere, confliggono con i sentimenti ed il comune sentire della gente europea.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche del PSE e del PPE, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è recepito come un danno futuro per l'economia dei nostri Paesi.
Tutto questo,ma non solo, è la causa della vittoria del FPOE in Austria, del buon risultato dell'AFD in tre Lander tedeschi.
 
Da cristiano osservo quanto questa politica attuata dal PSE e dal PPE siano lontane dai "fondamentali" della Dottrina Sociale della Chiesa.

martedì 12 aprile 2016

REFERENDUM. Votare, "dovere civico"?

In questi giorni il Presidente della Corte Costituzionale - venendo meno al necessario riserbo proprio di chi riveste una sì alta carica istituzionale - ha dichiarato che partecipare alle votazioni, compresi i referendum (e si riferiva a quello del prossimo 17 aprile, il c.d. NO TRIV) "significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino".
Non credo sia proprio così, in ispecie per le consultazioni referendarie ove il mancato raggiungimento del quorum ha come effetto la bocciatura del quesito referendario. Sicchè far venir meno il quorum non partecipando al voto è una delle opzioni possibili di cui dispone il "buon cittadino" per esprimere il proprio dissenso al quesito del referendum.
 
Al riguardo trovo puntuale, preciso ed illuminante l'opionione espressa dal prof. Biagio Di Giovanni su "Il Messaggero" odierno (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/appello_consulta_referendum_trivelle-1663447.htmle) di cui riporto la parte iniziale:
  
Referendum trivelle, anche astenersi è l’espressione di un «dovere civico»
di Biagio de Giovanni
No, proprio non credo che il voto al referendum del prossimo 17 aprile sul problema delle c.d. trivelle debba essere considerato una sorta di dovere politico, di “obbligo civico”. Non credo che debba essere considerato la carta di identità di un cittadino, come ha autorevolmente dichiarato Paolo Grossi, il Presidente della Consulta. Non è un caso, mi pare, che l’art. 48 della costituzione, in un titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”, espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare. A parer mio, c’è una ragione che fa comprendere la diversità delle due opzioni formali, ed essa mi pare abbastanza chiara per restare ancora alla lettera del testo costituzionale: in sede di referendum la costituzione prevede la sua validità solo nel caso che esso raggiunga il quorum richiesto, un tratto del tutto specifico del voto referendario, evidentemente inesistente per il voto politico, valido qualunque percentuale di elettori faccia il proprio “dovere civico”.

Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.