In questo tormentato periodo
ove tutte le certezze paiono essere poste in dubbio, ove pare contare
maggiormente la sorte di un partito politico rispetto al bene comune, ove si
assiste alla concentrazione della ricchezza in pochissime mani a scapito della
totalità della popolazione, ove le aziende sono sempre più appannaggio di Fondi
finanziari impermeabili ad ogni considerazione di natura sociale ed ove, come
logica conseguenza, le organizzazioni sindacali non sono tenute in alcuna
considerazione, ove i governanti dei singoli Stati paiono trarre la loro legittimazione
da Agenzie di rating anziché dai propri cittadini, ove le Istituzioni non sembrano in grado di
garantire una libera e sicura convivenza fra le persone, ove la religione (o la
sua interpretazione) pare tornare a dettare le regole dei rapporti fra le
genti, ove miriadi di organizzazioni internazionali/sovranazionali regolano nei
più minuti particolari e con dubbia efficacia il vivere degli abitanti del
globo, ove il tasso di occupazione in Europa è a livelli infimi, in tutto questo il dipinto che celebra i
Trattati di Westfalia del 1648 può essere d’aiuto per fermarsi prima di
incappare in una via senza uscita. E ritrovare la ragione perduta.
Non si tratta di un’operazione
all’insegna dell’amarcord in cui si
guarda al passato considerato migliore del presente, ma di utilizzare le
risorse e le esperienze passate per costruire un avvenire migliore.
In Westfalia, nel 1648, si
diede vita ad un sistema geopolitico che, definendo in maniera condivisa le
relazioni internazionali fra Stati, assicurò all’Europa una stabilità politica per
più di tre secoli, stabilità interrotta dal giacobinismo rivoluzionario
francese sfociato nell’assolutismo napoleonico e “picconata” dalla visione
utopistica americana della Società delle Nazioni, prima e delle Nazioni Unite,
poi.
Ci sono due aspetti affermatisi
in quel lontano 1648 che mi paiono utili: il principio della non ingerenza negli affari interni degli
Stati ed il criterio dell’equilibrio
fra gli stessi.
Nei giorni in cui si celebra la
firma dei Trattati di Roma, questi due aspetti possono ispirare un reale
cambiamento di marcia dell’Unione Europea che, allo stato attuale delle
scenario mondiale, costituisce una scelta ineludibile per i Paesi del Vecchio
Continente compressi tra le proiezioni internazionali degli Stati Uniti
d’America, della Cina e della Russia.
Affermare il principio della
non ingerenza comporta l’accettazione della sovranità del singolo Paese in una
molteplicità di decisioni attualmente accentrate a Bruxelles, salvo: la difesa
e la politica estera comune, la libera circolazione delle persone, beni e
servizi, la salvaguardia del commercio ed industria verso Paesi esterni
all’Unione.
Mentre per il criterio di
equilibrio deve essere evitato che un Paese , o un blocco di Paesi, determini
od influenzi le scelte e gli indirizzi dei restanti Paesi membri. Tutti i Paesi
dell’Unione Europea hanno – e debbono avere – pari dignità e pari opportunità.
Ma, in Westfalia, fu affermato
un terzo principio che, ai giorni nostri, pare fortemente condizionato ed
ignorato: il diritto internazionale.
Ritessere la trama del rispetto, sempre e comunque, del diritto internazionale
può consentire all’Europa di vivere in scenari di pace, senza imbarcarsi in
avventure che, come le tragedie di questi ultimi decenni hanno ampiamente
dimostrato, i popoli europei si ritrovano a pagare con abbondanti interessi.
