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giovedì 23 marzo 2017

WESTFALIA 1648 - ROMA 2017



In questo tormentato periodo ove tutte le certezze paiono essere poste in dubbio, ove pare contare maggiormente la sorte di un partito politico rispetto al bene comune, ove si assiste alla concentrazione della ricchezza in pochissime mani a scapito della totalità della popolazione, ove le aziende sono sempre più appannaggio di Fondi finanziari impermeabili ad ogni considerazione di natura sociale ed ove, come logica conseguenza, le organizzazioni sindacali non sono tenute in alcuna considerazione, ove i governanti dei singoli Stati paiono trarre la loro legittimazione da Agenzie di rating anziché dai propri cittadini,  ove le Istituzioni non sembrano in grado di garantire una libera e sicura convivenza fra le persone, ove la religione (o la sua interpretazione) pare tornare a dettare le regole dei rapporti fra le genti, ove miriadi di organizzazioni internazionali/sovranazionali regolano nei più minuti particolari e con dubbia efficacia il vivere degli abitanti del globo, ove il tasso di occupazione in Europa è a livelli infimi,  in tutto questo il dipinto che celebra i Trattati di Westfalia del 1648 può essere d’aiuto per fermarsi prima di incappare in una via senza uscita. E ritrovare la ragione perduta.
Non si tratta di un’operazione all’insegna dell’amarcord in cui si guarda al passato considerato migliore del presente, ma di utilizzare le risorse e le esperienze passate per costruire un avvenire migliore.
In Westfalia, nel 1648, si diede vita ad un sistema geopolitico che, definendo in maniera condivisa le relazioni internazionali fra Stati, assicurò all’Europa una stabilità politica per più di tre secoli, stabilità interrotta dal giacobinismo rivoluzionario francese sfociato nell’assolutismo napoleonico e “picconata” dalla visione utopistica americana della Società delle Nazioni, prima e delle Nazioni Unite, poi.
Ci sono due aspetti affermatisi in quel lontano 1648 che mi paiono utili: il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati ed il criterio dell’equilibrio fra gli stessi.
Nei giorni in cui si celebra la firma dei Trattati di Roma, questi due aspetti possono ispirare un reale cambiamento di marcia dell’Unione Europea che, allo stato attuale delle scenario mondiale, costituisce una scelta ineludibile per i Paesi del Vecchio Continente compressi tra le proiezioni internazionali degli Stati Uniti d’America, della Cina e della Russia.
Affermare il principio della non ingerenza comporta l’accettazione della sovranità del singolo Paese in una molteplicità di decisioni attualmente accentrate a Bruxelles, salvo: la difesa e la politica estera comune, la libera circolazione delle persone, beni e servizi, la salvaguardia del commercio ed industria verso Paesi esterni all’Unione.
Mentre per il criterio di equilibrio deve essere evitato che un Paese , o un blocco di Paesi, determini od influenzi le scelte e gli indirizzi dei restanti Paesi membri. Tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno – e debbono avere – pari dignità e pari opportunità.
Ma, in Westfalia, fu affermato un terzo principio che, ai giorni nostri, pare fortemente condizionato ed ignorato: il diritto internazionale. Ritessere la trama del rispetto, sempre e comunque, del diritto internazionale può consentire all’Europa di vivere in scenari di pace, senza imbarcarsi in avventure che, come le tragedie di questi ultimi decenni hanno ampiamente dimostrato, i popoli europei si ritrovano a pagare con abbondanti interessi.

giovedì 4 settembre 2014

Chi vuole la pace opera per la pace


Tutto quello che si poteva fare per determinare una situazione di conflittualità fra la Russia e l'UE è stato fatto. Dalla scriteriata proposta di un accordo economico UE-Ucraina, alle sanzioni economiche contro la Russia, alle manovre militari NATO a ridosso della frontiere russe.
Solo analisti col cervello bacato potevano immaginare che la Russia avrebbe lasciato fare e così, piano piano, il livello del rischio si è'alzato e l'Europa si ritrova con lo spettro della guerra alle porte.

Siamo ben distanti dallo "spirito di Pratica del Mare" ove la Russia di Putin venne ammessa al "club dei 20" come così scriveva "la Repubblica" del 28 maggio 2002 " Con la firma da parte dei 19 paesi membri della Nato e della Russia della Dichiarazione di Roma, le porte dell'Alleanza atlantica si sono aperte all'ex potenza comunista. I capi di Stato e di governo dell'Alleanza e il presidente russo Vladimir Putin, riuniti nella base militare di Pratica di Mare, hanno in questo modo messo la parola fine alla contrapposizione che ha caratterizzato gli anni della guerra fredda, e inaugurato una nuova visione unitaria degli equilibri mondiali, che ha come obiettivo primario la lotta contro il nemico comune del terrorismo.

Formalmente la Dichiarazione di Roma, firmata a fine mattinata, crea un Consiglio a venti, composto dai paesi Nato e dalla Russia. In questa sede i membri potranno discutere e adottare decisioni su base paritaria su nove temi: lotta al terrorismo, gestione delle crisi, non proliferazione delle armi di distruzione di massa, controllo degli armamenti e misure di rafforzamento della fiducia reciproca, difesa contro i missili di teatro, operazioni di salvataggio in mare, cooperazione militare e riforma dei sistemi di difesa, piani a fronte di emergenze civili, sfide e nuove minacce. Le decisioni, hanno spiegato i leader, verranno prese con il metodo del "consenso", sulla base di "un dialogo comune
".