In questi giorni il Presidente della Corte Costituzionale - venendo meno al necessario riserbo proprio di chi riveste una sì alta carica istituzionale - ha dichiarato che partecipare alle votazioni, compresi i referendum (e si riferiva a quello del prossimo 17 aprile, il c.d. NO TRIV) "significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino".
Non credo sia proprio così, in ispecie per le consultazioni referendarie ove il mancato raggiungimento del quorum ha come effetto la bocciatura del quesito referendario. Sicchè far venir meno il quorum non partecipando al voto è una delle opzioni possibili di cui dispone il "buon cittadino" per esprimere il proprio dissenso al quesito del referendum.
Al riguardo trovo puntuale, preciso ed illuminante l'opionione espressa dal prof. Biagio Di Giovanni su "Il Messaggero" odierno (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/appello_consulta_referendum_trivelle-1663447.htmle) di cui riporto la parte iniziale:
Referendum trivelle, anche astenersi è l’espressione di un «dovere civico»
Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.
di Biagio de Giovanni
No, proprio non credo che il voto al referendum del prossimo 17
aprile sul problema delle c.d. trivelle debba essere considerato
una sorta di dovere politico, di “obbligo
civico”. Non credo che debba essere considerato la carta
di identità di un cittadino, come ha autorevolmente
dichiarato Paolo Grossi, il Presidente della Consulta. Non è
un caso, mi pare, che l’art. 48 della costituzione, in un
titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il
diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”,
espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla
del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare. A
parer mio, c’è una ragione che fa comprendere la
diversità delle due opzioni formali, ed essa mi pare
abbastanza chiara per restare ancora alla lettera del testo
costituzionale: in sede di referendum la costituzione prevede la
sua validità solo nel caso che esso raggiunga il quorum
richiesto, un tratto del tutto specifico del voto referendario,
evidentemente inesistente per il voto politico, valido qualunque
percentuale di elettori faccia il proprio “dovere
civico”.Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.

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