La vicenda è nota. Una
multinazionale americana, ma con sede in Irlanda, presente in 175 Paesi con
circa 95mila dipendenti ed un fatturato (2016) di 19,7 miliardi di dollari
decide di ridurre il personale di una delle tante aziende possedute nel mondo,
in questo caso a Genova, licenziando 31
dipendenti su 54. Di fatto viene azzerata la produzione dell’azienda che opera
– ad alto livello tecnologico e professionale – nel settore delle comunicazioni
interne e la distribuzione di allarmi e segnalazioni a bordo di navi ed
impianti off-shore; per quanto è dato sapere tale produzione verrà spostata in
qualche stabilimento fuori del nostro Paese.
I
soggetti di cui si parla sono la Eaton, società che progetta e produce
soluzioni per la gestione dell’energia che rendono l'energia elettrica,
idraulica e meccanica più efficace, affidabile, sicura e sostenibile e la
GITIESSE, parte dell’impero industriale della Eaton.
In
tutta questa vicenda fa specie leggere il Codice Etico che la Eaton dichiara di
applicare, fra l’altro, nei confronti dei propri dipendenti; norme di
comportamento lodevoli ma, carenti di un aspetto sostanziale: il rispetto della
dignità della persona e, in particolare, della dignità del lavoro.
Quanto
accaduto alla GITIESSE è esemplare al riguardo.
La
Eaton, nel corso dell’incontro svoltosi il 27 luglio scorso in sede
confindustriale, ha confermato la sua intenzione di licenziare i 31 dipendenti
e di non essere disposta a far ricorso agli ammortizzatori sociali che
avrebbero consentito di prendere un po’ di tempo per una possibile
ricollocazione dei lavoratori, forse tra gli stessi clienti della Gitiesse.
Vano l’intervento del sindaco Bucci che ho proposto soluzioni che potessero
mantenere margini per la salvaguardia occupazionale con un percorso di cassa
integrazione e sgravi fiscali pluriennali. Nemmeno prese in considerazione le
protese dei lavoratori giunti sino all’occupazione dell’azienda per difendere
il proprio posto di lavoro.
La
posizione della Eaton non si è spostata di un millimetro e, grazie alle
pressioni esercitate dalla Regione Liguria, ha concesso (bontà sua…..) una
buonuscita equivalente a 18 mensilità di stipendio.
In
buona sostanza ha “monetizzato” la messa sulla strada di 31 lavoratori e delle
loro famiglie con una manciata di soldi. Se tutto ciò sia in sintonia con il
Codice Etico della Eaton, lo lascio alle valutazioni dei pochi lettori di
queste righe.
Ma
quanto accaduto costituisce un precedente pericolosissimo per il mondo del
lavoro giacché è stata aperta la strada al licenziamento facile da parte delle
aziende nazionali e multinazionali, lasciando del tutto indifesi i lavoratori
dipendenti, vera parte debole di queste situazioni che possono, al massimo,
sperare in una monetizzazione del loro licenziamento. Ricordare i dubbi e le
perplessità sull’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori non è
altro che piangere sul latte versato, né risulta incoraggiante la posizione
espressa dal ministro Poletti nei riguardi delle aziende che permangono nella
loro volontà di procedere a licenziamenti.
Peraltro
la risposta del Governo italiano – in linea con quanto attuato anche in altri
Paesi occidentali – a fronte della disoccupazione conseguente a questo “laisser faire” sul tema dei
licenziamenti facili è quella di tenere a bada la gente tramite la concessione
generalizzata di un reddito di inclusione a
coloro che si potrebbero definire i “tagliati fuori”.
Grazie ad esso costoro se ne stanno buoni, disponendo delle entrate minime
necessarie per sopravvivere. Se è questo
il mondo verso il quale si desidera andare, il Reddito di inclusione varato
dall’attuale governo va benissimo.
Ma
non è questo il mondo che auspichiamo, un mondo in cui il lavoro – non la
disoccupazione permanente – sia parte costitutiva dell’umanità della
persona giacché “Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene
della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la
natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come
uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»”. (Enciclica “Laborem exercens” di Giovanni
Paolo II)
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