Milan
Kundera non si offenderà se m’ispiro al titolo di un suo libro famoso per
parlare ancora una volta dell’insignificanza dei cattolici nella vita del
nostro Paese. Guardando ai tanti incontri di vario tipo e promossi da diversi
soggetti, non ultima la 48^ Settimana sociale di Cagliari, si deve registrare
la grande, meravigliosa capacità dei cattolici italiani nell’elaborare analisi
ed enunciare principi riguardanti la situazione sociale, economica e politica
italiana.
Siamo
proprio bravi. Peccato che il nostro impegno si fermi lì: alla pura teoria.
Per
carità, non misconosco l’impegno nel settore caritativo e associativo – che ha
riflessi sulla vita di molte persone – dispiegato dai cattolici italiani, ma si
tratta pur sempre di un impegno che non entra nei gangli decisionali del Paese
e non è partecipe delle scelte e delle prospettive strategiche della comunità
nazionale.
E’
come se un corto circuito fosse
intervenuto nell’insieme cattolico
interrompendo la capacità di sintesi fra pensiero e azione; forse la realtà è
ancora peggiore. Ci si ferma sulla porta del pensiero e non si prosegue oltre
verso l’azione, verso la messa in pratica di quel pensiero che, come già detto,
è sempre di livello elevato.
Una
qual sorta di autocastrazione che
rende del tutto vano lo sforzo di analisi compiuto, rinchiudendosi – mi sia
perdonato il termine – in un «narcisismo intellettuale».
Sono
convinto che non ci salveranno – anche nel giorno del Giudizio – le enunciazioni
di principio di cui meniamo gran vanto, se non sapremo tradurle nell’arte del governo della nostra comunità
locale e nazionale, sia sotto il profilo sociale sia economico e politico;
nello sporcarsi le mani, mischiandosi alle pecore sino a puzzarne in maniera
invereconda, proponendo per queste pecore le soluzioni migliori perché i loro
pascoli siano i più belli di questa terra.
Sì,
sporcarsi le mani perché l’impegno – ancorché sorretto da analisi e principi –
nel capo sociale, economico e politico comporta anche l’arte del compromesso giacché l’insieme cattolico italiano è pur
sempre minoranza e solo nel confronto con proposte di altri insiemi di diversa
ispirazione culturale si può contribuire a quelle soluzioni che siano positive
per quelle puzzolenti pecore che non necessariamente si raccolgono solo
nell’ovile cattolico.
In
Italia, ma non solo, si sono sviluppate nel tempo diverse opzioni circa le
modalità di sintesi fra pensiero e azione da parte del mondo cattolico; tutte
legittime giacché non era, ne è pensabile una lettura univoca della Dottrina
Sociale della Chiesa che, peraltro, si evolve sulla base delle mutevoli realtà
storiche, fermo restandone i principi basilari. Per restare ai filoni più noti
abbiamo avuto e, tuttora sussistono, il cattolicesimo liberale, quello
democratico, quello popolare (per non parlare dei cattolici comunisti o dei
clerico-fascisti) che, solo per esemplificare, tendono al perseguimento del
Bene Comune attraverso proposte diversificate.
Pare
evidente che solo una forte e condivisa cultura
della mediazione abbia permesso, alle diverse anime del cattolicesimo
italiano, di realizzare nel secolo scorso, una qual sorta di unità attorno ai
temi politici, economici e sociali con la costituzione della Democrazia
Cristiana e organizzazioni a essa collegata, operando una sintesi – difficile e
sofferta – tra pensiero e azione.
Una
lettura, alquanto esasperata, del Concilio Vaticano II e le mutate condizioni
dei rapporti internazionali misero in crisi la cultura della mediazione e i
cattolici italiani scelsero (a mio modesto avviso vi furono autorevolmente
incoraggiati……) di operare, secondo proprie letture della Dottrina Sociale
della Chiesa, pensando di innervare di pensiero cattolico le diverse realtà
economiche, sociali e politiche del Paese. Era una strada possibile, legittima
che evitava il confronto tra le diverse opzioni del cattolicesimo italiano
all’interno di un unico contenitore. Una strada semplice, ma che si è rivelata
fallimentare condannando i cattolici italiani all’irrilevanza, all’impotenza di
perseguire – nel confronto con gli altri insiemi di diversa ispirazione
culturale – politiche economiche, sociali e politiche di estrema utilità e
necessità per il nostro Paese. L’unica presenza dei cattolici si avverte al momento
dell’enunciazione dei principi e delle analisi, nessuno si accorge di loro
nella concretezza della vita pubblica italiana.
Forse
non è casuale l’invito di mons. Santoro, arcivescovo di Cagliari, alla chiusura
della 48^ Settimana Sociale a promuovere «la
formazione di uno strumento di coordinamento che possa incidere sulla politica
nella prospettiva di una conversione culturale e di una rinnovata presenza dei
cattolici nella società come ci è indicato dai ripetuti interventi del Santo
Padre e del presidente della Conferenza episcopale italiana» ed ancora «l’asse portante della nostra società non può
essere lasciato in mano all’attuale modello di sviluppo, non può vedere assenti
o insignificanti i cattolici» «La
rilevanza pubblica dei cattolici deve svilupparsi sino ad incidere sui problemi
vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola,
la difesa della salute,
dell’ambiente e dei migranti».
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