Premetto, onde il lettore non pensi che abbia
dei pregiudizi, che le mie valutazioni sull’attuale governo non sono né
positive, né negative: attendono l’operatività dei molteplici annunci e
promesse, e il dispiegarsi dell’azione di governo in tutte le sue sfaccettature.
La questione ILVA è lì a costituire un macigno
sulla strada della capacità del Governo – attuale e passato – nel porre un
punto fermo su uno dei capitoli più difficili della storia industriale del
nostro Paese in questi ultimi anni.
Secondo quanto a suo tempo previsto, il
passaggio di Ilva dalla gestione commissariale ad ArcelorMittal, doveva
avvenire il primo luglio. Improvvisamente – ma il dubbio che si tratti di un
“favore” verso il neo ministro Di Maio è legittimo – tale passaggio è scivolato
alla metà di settembre. ArcelorMittal, che guida la cordata cui sarà ceduta l’azienda,
fa buon viso a cattivo gioco, “prende
atto del posticipo al 15 settembre 2018 per il completamento dell’acquisizione”
ma chiede di conoscere “la reale
posizione del Governo su Ilva, senza fraintendimenti e con chiarezza”.
Si assiste a
un finissimo gioco delle parti in cui il primo atto è costituito dal documento redatto
dai commissari, ove si legge che «unitamente
alla valutata opportunità di rendere ulteriormente disponibile uno spazio di
confronto al servizio del raggiungimento dell’accordo sindacale, le società
concedenti comunicano la volontà di avvalersi del diritto a esse riservato
dall’articolo 27.4 del contratto di prorogare il termine del 30 giugno 2018
sino al 15 settembre 2018», cui segue il secondo atto in cui il ministro Di
Maio scopre (ma come? non lo sapeva?) che nel contratto Ilva c’è una clausola
di cui si sono avvalsi i “commissari” dello stabilimento, che sposta le
scadenze in merito alla decisione sul futuro dell’azienda al 15 settembre 2018
senza costi per lo Stato; notizia confortante se non si tenesse conto della
situazione economica della gestione commissariale che vede ILVA bruciare 30
milioni di euro al mese e la poca liquidità che potrebbe comportare, in questo
periodo di proroga, la diminuzione temporaneamente dei livelli produttivi: in
concreto un rallentamento della produzione industriale.
Ma il
culmine della farsa si raggiunge quando Di Maio, dichiara he sull’Ilva «stiamo portando avanti oltre un metro cubo
di studi di carta: 20mila pagine di studi, lo stiamo affrontando con un
continuo contatto con i commissari dell’Ilva». Vista l’attenzione posta dal
M5S sulla situazione dello stabilimento di Taranto e il seguito elettorale che
ne è conseguito sarebbe lecito pensare che il ministro avesse approfondito la
conoscenza della situazione tecnico-amministrativo-economica dell’accordo di
cessione (e i relativi aspetti ambientali e occupazionali) sia durante il suo
mandato parlamentare, sia prima di assumere l’incarico governativo: la mia è
stata una valutazione errata……Così come ho sbagliato nel pensare che il Governo
abbia una sua linea strategica sull’industria e in particolare sulla siderurgia
(che mi sia perso qualche pezzo del contratto fra Lega e M5S?) che per non
liguri significa dare attuazione completa all’Accordo di programma, sia per la
parte produttiva, sia per quella occupazionale.
Bisogna
anche rammentare come il 15 settembre costituisca il termine ultimo per
qualsiasi decisione sul futuro dell’impianto, data cruciale per il futuro
dell'azienda, ma anche dell'industria siderurgica in Italia. Ed è una scadenza
che, se non rispettata, può avere conseguenze determinanti: l'operazione
potrebbe diventare irrecuperabile. Si deve auspicare che entro quella data il
ministro abbia terminato la lettura delle 20mila pagine di studi e sia in grado
di assumere una decisione, tanto più urgente a fronte della notizia
dell’accordo di fusione fra i gruppi Tata Steel e Thyssenkrupp.
Speriamo anche – ma mi permetto di dubitarne - che Di Maio abbia presente che l’Italia fonda la più parte delle sue esportazioni sulla componente metalmeccanica ed ha nell’intera filiera della metalmeccanica, ad iniziare dalla produzione della materia prima l’acciaio, il fondamento della sua stessa attività. Se ILVA chiudesse, le nostre produzioni sarebbero ulteriormente gravate da tempi e costi che le renderebbero meno competitive. Per questo è fortemente auspicabile che ILVA, al momento il più grande complesso siderurgico d’Europa, torni a produrre a pieno ritmo – anche prima della data fatidica del 15 settembre - in tutti i suoi poli sia per competere in maniera ottimale a livello continentale, sia per garantire all’industria italiana quella produzione di acciaio e derivati che ne fanno un polo di eccellenza.
Concludo
osservando come la mia errata valutazione sia allineata con la posizione espressa
dalla FIM CISL allorché si è venuti a conoscenza di questo “anomalo”
slittamento “La
nuova scadenza per la gestione commissariale al 15 settembre fatta senza
motivazione e senza compiti assegnati è una vergogna. L’impianto non è sicuro,
feriti e morti hanno segnato questa gestione commissariale che ha risparmiato
in sicurezza nazionale non lesinando politiche anti-meritocratiche mentre i
lavoratori rischiano ogni minuto. Sia chiaro al Ministro DiMaio, al primo
incidente, il suo ministero sarà occupato dai lavoratori, quelli veri, se
continua a parlare ai suoni followers deve sapere che ci sono persone in carne
ossa che vogliono un impianto ambientalizzato e sicuro. Ci sono lavoratori che
ripararono a spese loro le imbracature di sicurezza, vergognatevi.”.

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