lunedì 4 maggio 2015

1° GUERRA MONDIALE. Quando gli italiani vestivano la divisa austriaca



Allorché il 24 maggio 1915 le prime formazioni del Regio Esercito italiano varcarono il confine austriaco in Trentino e nel Friuli dando inizio alla guerra contro l’Austro-Ungheria, già dall’agosto 1914 migliaia d’italiani residenti in Trentino, Friuli, Istria e Dalmazia combattevano sotto le bandiere austroungariche.
Al momento, nonostante le ricerche compiute – quando possibile – negli archivi austriaci e italiani e il meritorio impegno degli Enti Locali per fare memoria dei loro concittadini partiti per la guerra è difficile stabilire con precisione quanti furono gli italiani che – nel primo conflitto mondiale – servirono sotto la bandiera austriaca. Si stima, comunque, che 55.000 trentini e 8000 friulani (anche se alcuni calcolano che siano stati complessivamente centomila) abbiano partecipato alla guerra con l’uniforme austriaca.
Alla fine della guerra questi italiani furono cancellati dalla memoria storica, perché la loro patria non era più l’Austria e la nuova patria, l’Italia, che aveva “redento” le loro terre, non li considerava degni d’essere ricordati, in quanto “austriacanti”, mentre in realtà erano stati semplicemente cittadini austriaci.
A questi italiani “figli di nessuno” dimenticati da tutti, dalla patria e dalla storia, è dedicato questo scritto che si avvale delle ricerche di storici, del lavoro svolto da molti Comuni e Province già soggette all’Austria e dell’attenzione che la Croce Nera austriaca - associazione austriaca fondata nel 1919 con lo scopo di mantenere viva la memoria dei caduti nei conflitti mondiali - dedica nel censire i luoghi di sepoltura ed effettuare periodiche visite ai cimiteri e sacrari militari che contengono spoglie di soldati degli ex-territori austriaci, sia in Austria sia all'estero.

Le forze armate dell’impero austro-ungarico erano costituite da 3 eserciti: il K.u.K. (Kaiserlische und Konigliche) comune per la Duplice Monarchia; il K.K. (Kaiserliche Konigliche) per la monarchia austriaca, esercito conosciuto anche come Landwehr; il K.U. (Konigliche Ungarische) per la monarchia ungherese, noto anche come Honvéd. Da notare che il termine Landwehr ed Honvéd sono tutt’ora usati sia dall’Austria, sia dall’Ungheria per designare i rispettivi eserciti.
La marina e la nuova arma aeronautica facevano parte delle forze armate comuni (K.u.K.) dell’impero.
Tale distinzione – che comportava comandi, organizzazione e logistica separati – andò man mano affievolendosi nel corso del conflitto sia per la necessità di un'unica “catena di comando” evidenziata dagli eventi bellici, sia per la riforma voluta nel 1916 dal nuovo imperatore Carlo I D’Asburgo.

Gli italiani, sudditi dell’impero austro-ungarico, all’inizio del1914 erano inquadrati o nel K.u.K o nella Landerwehr.
In particolare i cittadini del Litorale  (corrispondente grosso modo all’Istria ed Isole dalmate ed a parte dell’attuale Venezia Giulia) servirono nel 97° K.u.K. Infanterie Regiment Waldstätten,  il cui 3^ battaglione aveva sede a Trieste. 
Quelli del Tirolo meridionale (corrispondente grosso modo all’attuale Provincia di Trento) servirono in massima parte nel K.u.K. Tiroler Kaiserjägerregimenter, organizzati su 4 reggimenti i cui comandi risiedevano a Trento, Bolzano, Rovereto e Riva del Garda, sia nei Tiroler Landesschützen e nei Tiroler Standschützen, quest’ultimi destinati alla difesa territoriale.


Quando venne emanato l’ordine di mobilitazione, dalla Stazione Centrale di Trieste nella giornata dell’11 agosto 1915 partirono 3.500 soldati del K.u.K. IR 97° che raggiunsero la Galizia ove, nei terreni acquitrinosi davanti a Leopolo (L’vov/Lemberg), il reggimento partecipò alle operazioni contro i russi subendo pesanti perdite, pari al 50% dei suoi organici, disgregandosi e finendo in rotta; quelli che sopravvissero furono fatti prigionieri dai russi, pochi  riuscirono a raggiungere le retrovie ove furono reinquadrati. 
Il 97° Reggimento tornò in linea partecipando a diverse operazioni militari per la liberazione di Przemysl e Leopoli, sinché rimase a svolgere attività di controllo del territorio tra la Galizia e la Bucovina; nell’estate 1916 si ritrovò in una situazione critica a fronte dell’offensiva russa guidata dal gen. Brussilov, lasciando ai russi un elevato numero di prigionieri.
La rivoluzione sovietica del 1917, con la conseguente disgregazione delle armate russe, e la pace di Brest-Litowsk (3 marzo1918) colse il Reggimento impegnato sul fronte romeno. Intanto l’impero austro-ungarico stava collassando, impotente a sostenere uno sforzo bellico ben superiore alle sue potenzialità economiche, finché si giunse alla dissoluzione (autunno 1918) dell’apparato militare austriaco ed al rientro dei militari nel Litorale, ormai italiano, ed alla loro smobilitazione.
Nell’ambito delle truppe italiane del 97° Reggimento nacque una gustosa filastrocca: ”E su per la Galizia – e zo per i Carpazi – vestiti da paiazzi – ne tocherà marciar”.

Dopo l’ordine di mobilitazione emanato il 31 luglio 1914, il I° e II° reggimento del K.u.K. Tiroler Kaiserjägerregimenter furono i primi a raggiungere, via ferrovia, il fronte della Galizia-Bucovina partendo da Trento il 7 e 9 agosto 1914; seguirono, quindi, le unità dei LandeSchützen. Sul fronte orientale, contro forse russe preponderanti, si dissanguarono (insieme al K.u.K IR 97) i reggimenti tirolesi dei Kaiserjäger e dei LandeSchützen. L’esercito austro-ungarico non si riprese più da un simile salasso nonostante l’estensione della leva ai ventenni (novembre 1914) ed ai cinquantenni (maggio 1915).
Molti soldati morirono sul campo di battaglia, altri morirono per le ferite riportate o per le malattie (specie tifo) negli ospedali militari di Praga, Wels, Inssbruck, Vienna, Merano, Bolzano e Trento, altri furono fatti prigionieri dai russi finendo nei campi di concentramento in Russia e Siberia, altri ancora furono considerati dispersi. Si calcola che i trentini morti in Galizia siano circa 11.440 (il 2,9 % della popolazione trentina dell’epoca),  le loro salme non tornarono mai in Patria, ma furono disperse in cimiteri di guerra di fortuna.

Quando nel maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria, quest’ultima si rese conto che il Tirolo era completamente sguarnito essendo tutto il dispositivo militare concentrato sul fronte orientale. Gli StandSchützen costituirono la prima linea del fronte contro l'Italia; la forza era costituita da circa 23.500 uomini, di cui 3.442 tirolesi italiani e 2.080 del Vorarlberg. Essi erano strutturati in battaglioni ognuno dei quali raggruppava uomini provenienti dallo stesso distretto amministrativo; in più, nel Trentino, erano suddivisi in compagnie.  Complessivamente contavano 41 battaglioni e 132 compagnie. Dopo il congedo degli uomini più anziani ed il passaggio di molti nelle file dei Kaiserjager e dei KaiserSchützen rimasero ancora - nel 1917 - 12.700 elementi tedeschi con 833 ufficiali e 2.900 tirolesi italiani con 102 ufficiali.
Nonostante la popolazione di vaste zone del Trentino (Primiero, le basse Giudicarie, Ala, Avio) fosse fatta sgomberare, su iniziativa dei generali austriaci, senza alcun riguardo e molte famiglie che risiedevano lungo il confine con l'Italia fossero deportate e/o evacuate in zone interne della monarchia, desta meraviglia la circostanza che specie gli StandSchützen abbiano eroicamente operato per la difesa territoriale, quasi un ultimo ricordo dell'impero dei molti popoli nel quale si poteva vivere bene assieme.

I militari fatti prigionieri dai russi vissero esperienze, a dir poco, incredibili. I più fortunati vennero impiegati in lavori agricoli o nelle industrie statali o private sostituire i lavoratori arruolati nell’esercito zarista. La maggioranza, però, fu internata nei campi di prigionia e, nel momento dei primi approcci del Regno d’Italia con le potenze dell’Intesa (di cui faceva parte l’Impero russo), il Governo Italiano si pose il problema di liberare dalla prigionia i “fratelli irredenti”. D’intesa con le autorità russe, si stabilì di trasferire nel campo di concentramento di Kirsanov i prigionieri italiani di nazionalità austriaca che avessero accettato di rientrare in Italia. Diverse migliaia accettarono, per altri prevalse il senso di lealtà verso la monarchia asburgica od il rifiuto di tornare sotto le armi. I circa 4.000 prigionieri “redenti” furono trasferiti, a partire dall’ottobre 1916, ad Arcangelo da dove raggiunsero via mare l’Italia; qui giunti, tuttavia, non vennero inquadrati nel Regio Esercito: si nutrivano forti dubbi sulla loro lealtà verso il Regno d’Italia e si temeva che, qualora catturati dagli austriaci, fossero passati per le armi quali traditori.
Nel corso del 1917 i prigionieri (ma anche i soldati ancora impegnati a combattere i russi) entrarono a contatto con la rivoluzione russa: alcuni aderirono alla causa bolscevica, altri rimasero in attesa degli eventi. Sconfitta l’Austria-Ungheria (novembre 1918) e liberati dai campi di concentramento, i vennero avviati – mediante la Transiberiana – verso l’Estremo Oriente; qui, circa ex-prigionieri furono inquadrati nel “Regio Corpo di Spedizione in Estremo Oriente”, struttura militare che – unitamente a forze inglesi, francesi, giapponesi e statunitensi - affiancava i cosiddetti “Russi Bianchi” dell’amm. Kolciak che si opponeva ai Soviet bolscevici. Alla disfatta degli eserciti “bianchi”, seguì il rimpatrio del Corpo di spedizione ed il trasferimento degli ex-prigionieri, ormai sudditi del Regno d’Italia, che sbarcarono a Napoli nell’aprile 1920. Coloro che non entrarono a far parte del Corpo di spedizione, rientrarono in Italia in modo spesso avventurosi.

Da quel momento l’oblio scese sia sugli italiani caduti al servizio dell’imperatore, sia su quelli che tornarono nelle loro case in Trentino, nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia. Colpevoli di aver servito in un esercito composto da ben undici etnie diverse e, nonostante, ciò ben saldo e fedele al giuramento fatto all’Imperatore sino alla sconfitta del loro Stato multietnico. Colpevoli di essere italiani “redenti”!
Il regime fascista impose la “damnatio memoriae” verso questi italiani, sia morti che vivi. Solo nel secondo dopoguerra, iniziò l’opera di ricerca documentale e la risistemazione dei cimiteri di guerra (quelli ancora sopravvissuti agli orrori della 2^ guerra mondiale), unitamente alla commemorazione dei soldati italiani al servizio dell’Austria mediante specifiche cerimonie e l’apposizione di cippi e targhe ricordo.

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