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lunedì 5 settembre 2016

TERREMOTO. SUSSIDIARIETA' NEGLETTA



Passano i giorni e le notizie che filtrano attraverso gli organi di informazione confermano le peggiori aspettative: siamo nel marasma più completo per il futuro delle zone terremotate e dei suoi abitanti.
Se si deve riconoscere la prontezza e l’efficienza della “macchina dei soccorsi” – ormai rodata, purtroppo, dalle tante catastrofi naturali che si verificano nel nostro Paese – si deve altresì, riconoscere come sia del tutto fumosa ed inconcludente la “macchina del post terremoto”.

Già la scelta di ospitare i circa 4000 terremotati nelle tendopoli in un’area appenninica ove la brutta stagione e le basse temperature sono alle porte, appare frettolosa ed imprudente, tanto che si sta ipotizzando di chiudere velocemente le tendopoli e trasferire la popolazione od in strutture alberghiere od in non meglio precisate “seconde case” nell’attesa di installare casette prefabbricate in legno (con tempi del tutto incerti) …….. aspettando la ricostruzione vera e propria.
Le conseguenze sono del tutto evidenti: impossibilità di mantenere in vita le attività economiche e lavorative, specie quelle agricole,  dispersione della comunità, chiusura di ogni attività scolastica in zona.
Sarebbe stato possibile utilizzare, da subito al posto delle tende, “moduli abitativi” che avrebbero consentito alla popolazione di superare la stagione invernale restando sul proprio territorio e partecipare da protagonisti alla ricostruzione del tessuto abitativo ed economico dei loro paesi.

Nonostante le esperienze negative di altre emergenze – non ultima il terremoto dell’Aquila – si sta percorrendo una soluzione poco chiara, ammantando di belle parole e promesse il “vuoto pneumatico” che contraddistingue, nel caso, l’azione del Governo centrale.
Non sarà certo il “commissario straordinario” – qualsiasi esso sia – a risolvere la situazione del post-terremoto visti i suoi poteri alquanto nebulosi, costretto a rapportarsi – prima di assumere ogni decisione –con la Presidenza del Consiglio, con la Protezione Civile ed i Presidenti delle Regioni interessate.

Eppure una soluzione cui ispirarsi esiste. Quella del terremoto del Friuli nel 1976. Lì la gente rimase abbarbicata, tenacemente, ai propri paesi e governò la ricostruzione; si oppose all’allontanamento dei bambini e dei ragazzi in età scolare dalle zone colpite nella convinzione che dovessero restare con i loro genitori anche nel primo difficile inverno dopo il sisma.
Lì furono i sindaci, supportati dalla Regione, ad operare fattivamente per ricostruire tutto “com’era e dov’era” sottoposti com’erano al controllo sociale, che è ben più forte di quello burocratico.

Certo, alla base di quella scelta c’era un cultura di fondo che si ispira al “principio di sussidiarietà”.
Una cultura che troppo spesso si sostiene a parole, ma viene negletta nei fatti.