Passano i giorni e le notizie
che filtrano attraverso gli organi di informazione confermano le peggiori
aspettative: siamo nel marasma più completo per il futuro delle zone
terremotate e dei suoi abitanti.
Se si deve riconoscere la
prontezza e l’efficienza della “macchina dei soccorsi” – ormai rodata,
purtroppo, dalle tante catastrofi naturali che si verificano nel nostro Paese –
si deve altresì, riconoscere come sia del tutto fumosa ed inconcludente la
“macchina del post terremoto”.
Già la scelta di ospitare i
circa 4000 terremotati nelle tendopoli in un’area appenninica ove la brutta
stagione e le basse temperature sono alle porte, appare frettolosa ed
imprudente, tanto che si sta ipotizzando di chiudere velocemente le tendopoli e
trasferire la popolazione od in strutture alberghiere od in non meglio
precisate “seconde case” nell’attesa di installare casette prefabbricate in
legno (con tempi del tutto incerti) …….. aspettando la ricostruzione vera e
propria.
Le conseguenze sono del tutto
evidenti: impossibilità di mantenere in vita le attività economiche e
lavorative, specie quelle agricole,
dispersione della comunità, chiusura di ogni attività scolastica in
zona.
Sarebbe stato possibile
utilizzare, da subito al posto delle tende, “moduli abitativi” che avrebbero
consentito alla popolazione di superare la stagione invernale restando sul
proprio territorio e partecipare da protagonisti alla ricostruzione del tessuto
abitativo ed economico dei loro paesi.
Nonostante le esperienze
negative di altre emergenze – non ultima il terremoto dell’Aquila – si sta
percorrendo una soluzione poco chiara, ammantando di belle parole e promesse il
“vuoto pneumatico” che contraddistingue, nel caso, l’azione del Governo
centrale.
Non sarà certo il “commissario
straordinario” – qualsiasi esso sia – a risolvere la situazione del
post-terremoto visti i suoi poteri alquanto nebulosi, costretto a rapportarsi –
prima di assumere ogni decisione –con la Presidenza del Consiglio, con la
Protezione Civile ed i Presidenti delle Regioni interessate.
Eppure una soluzione cui
ispirarsi esiste. Quella del terremoto del Friuli nel 1976. Lì la gente rimase
abbarbicata, tenacemente, ai propri paesi e governò la ricostruzione; si oppose
all’allontanamento dei bambini e dei ragazzi in età scolare dalle zone colpite
nella convinzione che dovessero restare con i loro genitori anche nel primo
difficile inverno dopo il sisma.
Lì furono i sindaci,
supportati dalla Regione, ad operare fattivamente per ricostruire tutto “com’era
e dov’era” sottoposti com’erano al controllo sociale, che è ben più forte di
quello burocratico.
Certo, alla base di quella
scelta c’era un cultura di fondo che si ispira al “principio di sussidiarietà”.
Una cultura che troppo spesso
si sostiene a parole, ma viene negletta nei fatti.
