lunedì 4 dicembre 2017

L'insostenibile leggerezza della...teoria




Milan Kundera non si offenderà se m’ispiro al titolo di un suo libro famoso per parlare ancora una volta dell’insignificanza dei cattolici nella vita del nostro Paese. Guardando ai tanti incontri di vario tipo e promossi da diversi soggetti, non ultima la 48^ Settimana sociale di Cagliari, si deve registrare la grande, meravigliosa capacità dei cattolici italiani nell’elaborare analisi ed enunciare principi riguardanti la situazione sociale, economica e politica italiana.
Siamo proprio bravi. Peccato che il nostro impegno si fermi lì: alla pura teoria.
Per carità, non misconosco l’impegno nel settore caritativo e associativo – che ha riflessi sulla vita di molte persone – dispiegato dai cattolici italiani, ma si tratta pur sempre di un impegno che non entra nei gangli decisionali del Paese e non è partecipe delle scelte e delle prospettive strategiche della comunità nazionale.

E’ come se un corto circuito fosse intervenuto nell’insieme cattolico interrompendo la capacità di sintesi fra pensiero e azione; forse la realtà è ancora peggiore. Ci si ferma sulla porta del pensiero e non si prosegue oltre verso l’azione, verso la messa in pratica di quel pensiero che, come già detto, è sempre di livello elevato.
Una qual sorta di autocastrazione che rende del tutto vano lo sforzo di analisi compiuto, rinchiudendosi – mi sia perdonato il termine – in un «narcisismo intellettuale».

Sono convinto che non ci salveranno – anche nel giorno del Giudizio – le enunciazioni di principio di cui meniamo gran vanto, se non sapremo tradurle nell’arte del governo della nostra comunità locale e nazionale, sia sotto il profilo sociale sia economico e politico; nello sporcarsi le mani, mischiandosi alle pecore sino a puzzarne in maniera invereconda, proponendo per queste pecore le soluzioni migliori perché i loro pascoli siano i più belli di questa terra.
Sì, sporcarsi le mani perché l’impegno – ancorché sorretto da analisi e principi – nel capo sociale, economico e politico comporta anche l’arte del compromesso giacché l’insieme cattolico italiano è pur sempre minoranza e solo nel confronto con proposte di altri insiemi di diversa ispirazione culturale si può contribuire a quelle soluzioni che siano positive per quelle puzzolenti pecore che non necessariamente si raccolgono solo nell’ovile cattolico.

In Italia, ma non solo, si sono sviluppate nel tempo diverse opzioni circa le modalità di sintesi fra pensiero e azione da parte del mondo cattolico; tutte legittime giacché non era, ne è pensabile una lettura univoca della Dottrina Sociale della Chiesa che, peraltro, si evolve sulla base delle mutevoli realtà storiche, fermo restandone i principi basilari. Per restare ai filoni più noti abbiamo avuto e, tuttora sussistono, il cattolicesimo liberale, quello democratico, quello popolare (per non parlare dei cattolici comunisti o dei clerico-fascisti) che, solo per esemplificare, tendono al perseguimento del Bene Comune attraverso proposte diversificate.
Pare evidente che solo una forte e condivisa cultura della mediazione abbia permesso, alle diverse anime del cattolicesimo italiano, di realizzare nel secolo scorso, una qual sorta di unità attorno ai temi politici, economici e sociali con la costituzione della Democrazia Cristiana e organizzazioni a essa collegata, operando una sintesi – difficile e sofferta – tra pensiero e azione.

Una lettura, alquanto esasperata, del Concilio Vaticano II e le mutate condizioni dei rapporti internazionali misero in crisi la cultura della mediazione e i cattolici italiani scelsero (a mio modesto avviso vi furono autorevolmente incoraggiati……) di operare, secondo proprie letture della Dottrina Sociale della Chiesa, pensando di innervare di pensiero cattolico le diverse realtà economiche, sociali e politiche del Paese. Era una strada possibile, legittima che evitava il confronto tra le diverse opzioni del cattolicesimo italiano all’interno di un unico contenitore. Una strada semplice, ma che si è rivelata fallimentare condannando i cattolici italiani all’irrilevanza, all’impotenza di perseguire – nel confronto con gli altri insiemi di diversa ispirazione culturale – politiche economiche, sociali e politiche di estrema utilità e necessità per il nostro Paese. L’unica presenza dei cattolici si avverte al momento dell’enunciazione dei principi e delle analisi, nessuno si accorge di loro nella concretezza della vita pubblica italiana.

Forse non è casuale l’invito di mons. Santoro, arcivescovo di Cagliari, alla chiusura della 48^ Settimana Sociale a promuovere «la formazione di uno strumento di coordinamento che possa incidere sulla politica nella prospettiva di una conversione culturale e di una rinnovata presenza dei cattolici nella società come ci è indicato dai ripetuti interventi del Santo Padre e del presidente della Conferenza episcopale italiana» ed ancora «l’asse portante della nostra società non può essere lasciato in mano all’attuale modello di sviluppo, non può vedere assenti o insignificanti i cattolici» «La rilevanza pubblica dei cattolici deve svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti».

sabato 23 settembre 2017

Il sapore amaro del licenziamento monetizzato



La vicenda è nota. Una multinazionale americana, ma con sede in Irlanda, presente in 175 Paesi con circa 95mila dipendenti ed un fatturato (2016) di 19,7 miliardi di dollari decide di ridurre il personale di una delle tante aziende possedute nel mondo, in questo caso a Genova, licenziando  31 dipendenti su 54. Di fatto viene azzerata la produzione dell’azienda che opera – ad alto livello tecnologico e professionale – nel settore delle comunicazioni interne e la distribuzione di allarmi e segnalazioni a bordo di navi ed impianti off-shore; per quanto è dato sapere tale produzione verrà spostata in qualche stabilimento fuori del nostro Paese.



I soggetti di cui si parla sono la Eaton, società che progetta e produce soluzioni per la gestione dell’energia che rendono l'energia elettrica, idraulica e meccanica più efficace, affidabile, sicura e sostenibile e la GITIESSE, parte dell’impero industriale della Eaton.

In tutta questa vicenda fa specie leggere il Codice Etico che la Eaton dichiara di applicare, fra l’altro, nei confronti dei propri dipendenti; norme di comportamento lodevoli ma, carenti di un aspetto sostanziale: il rispetto della dignità della persona e, in particolare, della dignità del lavoro.



Quanto accaduto alla GITIESSE è esemplare al riguardo.



La Eaton, nel corso dell’incontro svoltosi il 27 luglio scorso in sede confindustriale, ha confermato la sua intenzione di licenziare i 31 dipendenti e di non essere disposta a far ricorso agli ammortizzatori sociali che avrebbero consentito di prendere un po’ di tempo per una possibile ricollocazione dei lavoratori, forse tra gli stessi clienti della Gitiesse. Vano l’intervento del sindaco Bucci che ho proposto soluzioni che potessero mantenere margini per la salvaguardia occupazionale con un percorso di cassa integrazione e sgravi fiscali pluriennali. Nemmeno prese in considerazione le protese dei lavoratori giunti sino all’occupazione dell’azienda per difendere il proprio posto di lavoro.

La posizione della Eaton non si è spostata di un millimetro e, grazie alle pressioni esercitate dalla Regione Liguria, ha concesso (bontà sua…..) una buonuscita equivalente a 18 mensilità di stipendio.

In buona sostanza ha “monetizzato” la messa sulla strada di 31 lavoratori e delle loro famiglie con una manciata di soldi. Se tutto ciò sia in sintonia con il Codice Etico della Eaton, lo lascio alle valutazioni dei pochi lettori di queste righe.



Ma quanto accaduto costituisce un precedente pericolosissimo per il mondo del lavoro giacché è stata aperta la strada al licenziamento facile da parte delle aziende nazionali e multinazionali, lasciando del tutto indifesi i lavoratori dipendenti, vera parte debole di queste situazioni che possono, al massimo, sperare in una monetizzazione del loro licenziamento. Ricordare i dubbi e le perplessità sull’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori non è altro che piangere sul latte versato, né risulta incoraggiante la posizione espressa dal ministro Poletti nei riguardi delle aziende che permangono nella loro volontà di procedere a licenziamenti.



Peraltro la risposta del Governo italiano – in linea con quanto attuato anche in altri Paesi occidentali – a fronte della disoccupazione conseguente a questo “laisser faire” sul tema dei licenziamenti facili è quella di tenere a bada la gente tramite la concessione generalizzata di un reddito di inclusione a coloro che si potrebbero definire i “tagliati fuori”. Grazie ad esso costoro se ne stanno buoni, disponendo delle entrate minime necessarie per sopravvivere.  Se è questo il mondo verso il quale si desidera andare, il Reddito di inclusione varato dall’attuale governo va benissimo.

Ma non è questo il mondo che auspichiamo, un mondo in cui il lavoro – non la disoccupazione permanente – sia parte costitutiva dell’umanità della persona  giacché “Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»”. (Enciclica “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II)

domenica 23 luglio 2017

Ricercare nuovi strumenti di confronto a tutela del lavoro e dell’occupazione



La calda estate di quest’anno sarà ricordata sia per gli incendi che divampano ovunque (complice la siccità e l’insipienza umana)  e riducono in cenere ettari di terreno distruggendo parte dell’economia agro-silvestre della nostra Italia, sia per le difficoltà a mantenere salda l’occupazione e assicurarla a chi ne è privo.

Non si fa in tempo a tamponare una falla che subito se ne apre un’altra.

Dopo mesi di estenuanti trattative non è stato raggiunto alcun accordo tra Ericsson, le organizzazioni sindacali e il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sicché – così recita un freddo comunicato aziendale -: “Come previsto dalla normativa vigente, il piano di riduzione del personale, che coinvolge 354 persone, dovrà essere completato nell’arco di 120 giorni. Tale decisione risponde alla necessità di incrementare l’efficienza e di adeguare le operazioni ai volumi di business per restare competitivi e garantire profittabilità. Ericsson conferma inoltre il proprio impegno in Italia, dove è presente dal 1918, oggi con circa 3800 dipendenti”.

Così nella tarda serata di venerdì 21 luglio, Ericsson ha iniziato a inviare le email di licenziamento che, per il polo genovese, riguarda 61 dipendenti. 61 famiglie che non fruiranno di alcun ammortizzatore sociale, stante l’asserita impossibilità – condivisa dal Governo – di accedere alla cassa integrazione da parte dell’azienda, nonostante la disponibilità manifestata dalla Regione Liguria e dalle altre Regioni interessate alla vertenza di contribuire a una soluzione meno traumatica del licenziamento tout court.

Immediate le reazioni di Toti e Rixi, rispettivamente Presidente e Assessore allo Sviluppo Economico della Liguria: “Al più presto - spiegano - torneremo a convocare le delegazioni sindacali per analizzare la situazione e cercare insieme misure che possano mitigare l'effetto di questa nefasta decisione”, stigmatizzando l'atteggiamento di Ericsson, che anche questa volta ha rifiutato ogni confronto e anche ogni possibile intervento pubblico a sostegno dell'occupazione e dello sviluppo economico della Liguria. 
Mentre il sindaco Bucci ha rinnovato l'impegno dell'Amministrazione comunale, per quanto possa essere di propria competenza, a cercare soluzioni che possano salvaguardare il futuro dei lavoratori, collaborando con la Regione Liguria e i sindacati.

La vicenda Ericsson è solo l’ultima di una catena ininterrotta di aziende che riducono il personale, ma ricevono poco o nulla visibilità da parte dei mass-media, sia per le dimensioni aziendali, sia per il numero delle persone licenziate. E’ uno stillicidio continuo e drammatico che comprende le aziende, spesso ad alto contenuto tecnologico, che trasferiscono la produzione in Paesi a basso costo di mano d’opera mantenendo nel nostro Paese il solo centro direzionale.
La mancanza di lavoro tocca in maniera pesante, anche se avviene senza grande rilievo, i professionisti, gli artigiani e i commercianti che subiscono le immediate conseguenze dalla riduzione di personale delle piccole, medie e grandi aziende.
Insomma è un impoverimento progressivo che aggredisce la società italiana nel suo complesso.

Ovviamente sono tutte giuste, tutte condivisibili - anzi da coadiuvare con un deciso sostegno della pubblica opinione - le azioni poste in essere dalle Regioni e dai Comuni interessati da queste vicende.
Tuttavia, non si può che rilevare come siano, ormai (e ahimè) spuntati e privi di effetti concreti gli interventi degli Enti Pubblici nei confronti delle multinazionali, delle aziende che hanno il loro centro direzionale (o la proprietà) all’estero o – ancor peggio – la cui proprietà si trovi nella disponibilità di fondi economici.

Si deve riconoscere come le Istituzioni – e financo le Organizzazioni Sindacali - dispongano, al momento, di "armi" spuntate o obsolete per fronteggiare il "potere" di organismi che non hanno alcuna voglia o interesse a confrontarsi.
Prima ce ne rendiamo conto, tanto prima si potranno ricercare nuovi strumenti di confronto a tutela del lavoro e dell’occupazione.


giovedì 23 marzo 2017

WESTFALIA 1648 - ROMA 2017



In questo tormentato periodo ove tutte le certezze paiono essere poste in dubbio, ove pare contare maggiormente la sorte di un partito politico rispetto al bene comune, ove si assiste alla concentrazione della ricchezza in pochissime mani a scapito della totalità della popolazione, ove le aziende sono sempre più appannaggio di Fondi finanziari impermeabili ad ogni considerazione di natura sociale ed ove, come logica conseguenza, le organizzazioni sindacali non sono tenute in alcuna considerazione, ove i governanti dei singoli Stati paiono trarre la loro legittimazione da Agenzie di rating anziché dai propri cittadini,  ove le Istituzioni non sembrano in grado di garantire una libera e sicura convivenza fra le persone, ove la religione (o la sua interpretazione) pare tornare a dettare le regole dei rapporti fra le genti, ove miriadi di organizzazioni internazionali/sovranazionali regolano nei più minuti particolari e con dubbia efficacia il vivere degli abitanti del globo, ove il tasso di occupazione in Europa è a livelli infimi,  in tutto questo il dipinto che celebra i Trattati di Westfalia del 1648 può essere d’aiuto per fermarsi prima di incappare in una via senza uscita. E ritrovare la ragione perduta.
Non si tratta di un’operazione all’insegna dell’amarcord in cui si guarda al passato considerato migliore del presente, ma di utilizzare le risorse e le esperienze passate per costruire un avvenire migliore.
In Westfalia, nel 1648, si diede vita ad un sistema geopolitico che, definendo in maniera condivisa le relazioni internazionali fra Stati, assicurò all’Europa una stabilità politica per più di tre secoli, stabilità interrotta dal giacobinismo rivoluzionario francese sfociato nell’assolutismo napoleonico e “picconata” dalla visione utopistica americana della Società delle Nazioni, prima e delle Nazioni Unite, poi.
Ci sono due aspetti affermatisi in quel lontano 1648 che mi paiono utili: il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati ed il criterio dell’equilibrio fra gli stessi.
Nei giorni in cui si celebra la firma dei Trattati di Roma, questi due aspetti possono ispirare un reale cambiamento di marcia dell’Unione Europea che, allo stato attuale delle scenario mondiale, costituisce una scelta ineludibile per i Paesi del Vecchio Continente compressi tra le proiezioni internazionali degli Stati Uniti d’America, della Cina e della Russia.
Affermare il principio della non ingerenza comporta l’accettazione della sovranità del singolo Paese in una molteplicità di decisioni attualmente accentrate a Bruxelles, salvo: la difesa e la politica estera comune, la libera circolazione delle persone, beni e servizi, la salvaguardia del commercio ed industria verso Paesi esterni all’Unione.
Mentre per il criterio di equilibrio deve essere evitato che un Paese , o un blocco di Paesi, determini od influenzi le scelte e gli indirizzi dei restanti Paesi membri. Tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno – e debbono avere – pari dignità e pari opportunità.
Ma, in Westfalia, fu affermato un terzo principio che, ai giorni nostri, pare fortemente condizionato ed ignorato: il diritto internazionale. Ritessere la trama del rispetto, sempre e comunque, del diritto internazionale può consentire all’Europa di vivere in scenari di pace, senza imbarcarsi in avventure che, come le tragedie di questi ultimi decenni hanno ampiamente dimostrato, i popoli europei si ritrovano a pagare con abbondanti interessi.

sabato 28 gennaio 2017

QUEL CHE RESTA DELL'ATLANTISMO

A mio sommesso parere, l'interessse USA verso l'Europa ha iniziato a scemare già con la Presidenza Clinton e, da allora, la divaricazione fra gli interessi geopolitici statunitensi e quelli europei è sempre stata più evidente con il riposizionamento della politica estera USA sui rapporti transpacifici.
Lo stesso tentativo di trattato TTIP anziché rendere più coese le relazioni atlantiche rimarcava la subordinazione dell'UE agli interessi economici USA. 
Così come le sanzioni economiche contro la Russia, cui si è accodata obtorto collo l'UE, o le vicende susseguenti alle c.d. "Primavere arabe" hanno di fatto deleggittimato ed indebolito l'UE a tutto vantaggio delle politica economica, commerciale ed internazionale degli Stati Uniti. 
Mentre si realizzava questo scenario tutti, in Europa, hanno fatto la politica dello struzzo sicché non è stata sviluppata una dottrina politica che sancisca l'autonomia responsabile europea in tema di capacità di difesa e di proiezione geopolitica. 
La Brexit - ancorcchè la decisione ultima spetti al Parlamento britannico - costituirà un'ulteriore appensantimento dello scenario per l'UE. 
La Turchia, membro della NATO, nell'accordarsi con la Russia per la soluzione del conflitto siriano ha reso palese come il re (atlantismo) sia nudo. Un assist formidabile agli USA che da tempo ritengono strategicamente inutile continuare a finanziare questo carrozzone voluto in una realtà storica e politica completamente diversa dall'attuale.

Che fare? 
Dire che l'UE si trovi nel classico "cul de sac" è riconoscere una triste ed amara verità.
Provo, sragionando ad alta voce, ad immaginare due possibili scenari:
1. una rapida riconversione dell'UE;
2. un dissolvimento dell'UE.

Il primo mi pare di difficile ed ardua realizzazione in tempi rapidi, quali richiesti dalla gravità della situazione, sia perchè occorre modificare i Trattati costitutivi dell'Unione, sia per la carenza di leaders europei di vaglia, sia per la tendenza a litigare sulle minutaglie anziché pensare in grande.
Il secondo - che in parola semplice suona come "liberi tutti" - è molto rischioso ed avventurista: porrebbe i singoli Paesi - a cominciare dall'Italia - alla mercè delle due potenze regionali che si stanno attrezzando per questo evento: la Russia e la Gran Bretagna. Senza contare della capacità di penetrazione economica della Cina e di alcuni Paesi Arabi in ogni Paese europeo alle prese, già adesso, con la scarsa tenuta economica delle proprie imprese.

Voglio sperare che si possa percorrere il primo scenario......

martedì 17 gennaio 2017

GENOVA. C'è chi vuole la decrescita felice e far morire la città.

La nostra città ha sempre avuto, inspiegabilemente un rapporto conflittuale con il porto e le attività che vi svolgono, Un senso di fastidio che si manifesta nel rallentare ed insabbiare ogni tentativo di migliorare la produttività del porto che resta la prima fonte di reddito dei genovesi. L'incongruenza è somma, si vive e si campa col porto, ma - sotto sotto - si opera contro il porto.Non è che le Istituzioni abbiano comportamenti molto diversi. Ricordare la battaglia di un'intera Giunta contro il rigasificatore del Porto Petroli è solo un esempio. 
Adesso un pugno di cittadini benestanti opera contro le Riparazioni Navali giungendo ad affermare, attraverso il proprio portavoce, che questo tipo di attività dovrebbere trovarsi ad almeno 8-10 km da nuclei abitati; vien da sorridere: dove si pensa di trovare lungo le coste liguri - e financo italiane - una situazione di questo tipo ? 
Dicano chiaramente che pensano di eliminare le Riparazioni Navali, le industrie manifatturiere dal nostro Paese in modo da concludere la loro vita fra il lusso e la tranquillità alla faccia di tutti coloro che da queste attività traggono il sostentamento per sè e la loro famiglia....a parte la ricchezza prodotta per il Sistema Italia.

Diventa sempre più urgente ribellarsi al principio della decrescita felice per impedire che Genova muoia!