lunedì 16 maggio 2016

OBIEZIONE DI COSCIENZA. Diritto da difendere

In questi giorni, dopo l'approvazione da parte del Parlamento italiano del ddl Cirinna sulle unioni civili - peraltro non ancora promulgato dal Presidente della Repubblica - diversi sindaci italiani hanno espresso l'avviso che non celebreranno unioni civili fra omosessuali, altri - in maniera più radicale - hanno negato la possibilità che nel loro Comune siano celebrate tali unioni.
Non c'è dubbio che alcune di queste opinioni sono espresse in maniera strumentale, ma al di là di questo aspetto poco commendevole esiste il problema dell'obiezione di coscienza sollevato da questa legge.
Già in altri Paesi, quali la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America, si sono determinate situazioni incresciose in cui pubblici funzionari sono stati incriminati o rimossi per essersi rifiutati di celelebrare unioni civili fra omosessuali, unioni che in alcuni Paesi sono equiparati a matrimoni a tutti gli effetti.

In Italia l'istituto dell'obiezione di coscienza fa la sua apparizione al tempo in cui vigeva il servizio militare di leva obbligatorio: dopo decenni di contrapposizioni si giunse alla "Legge 15 dicembre 1972, n. 772" che dava il diritto all'obiezione e al servizio civile sostitutivo per motivi morali, religiosi e filosofici; con questa legge l'obiezione di coscienza non veniva ancora considerata un diritto, ma un beneficio concesso dallo Stato a precise condizioni e conseguenze: la gestione del servizio civile restava nelle mani del Ministero della Difesa. Nel Luglio del 1988 si giunse alla modifica della legislazione vigente con la Legge 230 che sancisce il pieno riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza. Con questa ultima legge l'obiezione di coscienza non è più un beneficio concesso dallo Stato, ma diventa un diritto della persona: il Servizio Civile rappresenta un modo alternativo di "servire la patria", con una durata pari al servizio militare, a contatto con la realtà sociale, con i suoi problemi, con le sue sfide. La sospensione della servizio militare di leva obbligatorio ( legge 23 agosto 2004 n. 226) fa venir meno l'esigenza di questo tipo di obiezione di coscienza che, tuttavia, dovrebbe essere nuovamente praticato qualora si dovesse tornare - cosa che al momento non pare previsto - al servizio di leva obbligatorio.

Contemporaneamente si fa strada il riconoscimento dell'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari - medici ed esercenti le attività ausiliarie - cui, con Legge 22 maggio 1978, n.194, viene riconociuto il diritto di non prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 (attività consultoriale propedeutica all'aborto) ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. In concreto l'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento. 
Tale diritto, al momento, viene contestato da più parti stante le difficoltà che incontrano le strutture sanitarie nell'assicurare la pratica dell'interruzione della gravidanza cui sono obbligati per legge.
Al riguardo è interessante notare la diatriba sviluppatasi - anni orsono -  in Germania per il rilascio dell'attestato per l'esecuzione dell'interruzione delle gravidanza da parte dei Consultori cattolici: tale rilascio non è più possibile con conseguente soppressione dei contributi statali a detti consultori.

Ciò che appare di tutta evidenza è che si assiste, nel mondo occidentale, ad una campagna culturale contro l'obiezione di coscienza, campagna che sfocia in  provvedimenti restrittivi di tale diritto
E l'obiettivo di tale campagna è l'obiezione di coscienza in quanto tale, a prescindere dal campo della sua applicazione.

Anche in questo caso siamo in presenza di uno Stato che stabilisce quali siano i diritti anzicche riconoscerli.

Le persone, a fronte di questo statalismo strisciante, stanno regrendendo dalla posizione di cittadino a quella di suddito.

Sono, così, comprensibili e da meditare le parole di papa Francesco - novello "defensor civitatis" - quando dichiara al giornalista de "La Croix" che lo intervista circa il comportamento che i cattolici debbano assumere a fronte di leggi quali l'eutanasia o le unioni civili:«Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato». 

giovedì 28 aprile 2016

BAMBINI MIGRANTI senza presente e senza futuro



Il 35% dei migranti che sono entrati nell’Ue dal 1º gennaio 2016 sono bambini,  molti dei quali viaggiano non accompagnati da un adulto. Nel 2015, 85.482 minori non accompagnati hanno chiesto asilo nell’Unione europea, triplicando le cifre del 2014. La metà di loro proveniva dall’Afghanistan, mentre il 13% dalla Siria. Più di 10.000 bambini migranti sono scomparsi dal loro arrivo in Europa e si teme che alcuni di questi siano sfruttati da bande criminali. Questo i dati dell’Europol e dell’UNHCR. 
Adesso leggo che la Camera dei Comuni britannica ha respinto l’ipotesi di accogliere 3000 minori in Gran Bretagna. 
Non mi scandalizzo. 
Mi arrabbio, invece, all’idea che ci siano minori che vagano per i Paesi europei, permangano senza presente e senza futuro in strutture indegne nella totale indifferenza delle Istituzioni UE e dei singoli Paesi. Il tempo impiegato (ed è indicibilmente tanto….) a discutere sul come affrontare il problema migrazioni verso l’Europa è tempo sottratto, dolosamente, al futuro di questi minori.

lunedì 25 aprile 2016

DALL'AUSTRIA UN MONITO CONTRO LO "STATALISMO STRISCIANTE"

Rifletto sul risultato delle elezioni presidenziali in Austria ove al ballottaggio andranno il candidato del FPOE, Norbert Hofer, che ha conseguito il 36,4% dei voti ed il candidato indipendente Alexander van der Bellen che ha conseguito il 20,4% dei voti.
Tralascio volutamente la valutazione sulla scarsa rilevanza del Presidente all'interno delle Istituzioni democratiche della Repubblica Austriaca: mi pare una "foglia di fico" utilizzata da coloro che hanno subito una clamorosa sconfitta elettorale.
Così come tralascio le valutazioni sui cori di giubilo degli esponenti del Front National e della Lega Nord.
Mi pare semplicistico attribuire questo risultato ad istinti xenofobi, populismo o valutazioni contro l'immmigrazione. La semplice constatazione che Paesi UE in cui sono al governo partiti di sinistra o di centro-destra abbiano posizioni molto negative sulla politica a favore dell'immigrazione deve far scartare questa lettura superficiale del risultato austriaco.
Credo che le motivazioni debbano essere ricercate altrove, come il segnale pervenuto dal recente referendum olandese ha provato a suggerire.
Forse non si è più disposti ad accettare lo "statalismo strisciante" che domina le diverse decisioni assunte in sede UE e per questo vengono penalizzati i due partiti che costituiscono l'asse portante dell'UE: il PSE ed il PPE. Troppe decisioni sono assunte contro gli interessi economici e sociali delle popolazioni, troppo decisioni non rispettano il patrimonio culturale ed ideale delle popolazioni. La stessa Corte di Giustizia di Strasburgo si caratterizza per sentenze che, pur nel rispetto formale dei trattati in essere, confliggono con i sentimenti ed il comune sentire della gente europea.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche del PSE e del PPE, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è recepito come un danno futuro per l'economia dei nostri Paesi.
Tutto questo,ma non solo, è la causa della vittoria del FPOE in Austria, del buon risultato dell'AFD in tre Lander tedeschi.
 
Da cristiano osservo quanto questa politica attuata dal PSE e dal PPE siano lontane dai "fondamentali" della Dottrina Sociale della Chiesa.

martedì 12 aprile 2016

REFERENDUM. Votare, "dovere civico"?

In questi giorni il Presidente della Corte Costituzionale - venendo meno al necessario riserbo proprio di chi riveste una sì alta carica istituzionale - ha dichiarato che partecipare alle votazioni, compresi i referendum (e si riferiva a quello del prossimo 17 aprile, il c.d. NO TRIV) "significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino".
Non credo sia proprio così, in ispecie per le consultazioni referendarie ove il mancato raggiungimento del quorum ha come effetto la bocciatura del quesito referendario. Sicchè far venir meno il quorum non partecipando al voto è una delle opzioni possibili di cui dispone il "buon cittadino" per esprimere il proprio dissenso al quesito del referendum.
 
Al riguardo trovo puntuale, preciso ed illuminante l'opionione espressa dal prof. Biagio Di Giovanni su "Il Messaggero" odierno (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/appello_consulta_referendum_trivelle-1663447.htmle) di cui riporto la parte iniziale:
  
Referendum trivelle, anche astenersi è l’espressione di un «dovere civico»
di Biagio de Giovanni
No, proprio non credo che il voto al referendum del prossimo 17 aprile sul problema delle c.d. trivelle debba essere considerato una sorta di dovere politico, di “obbligo civico”. Non credo che debba essere considerato la carta di identità di un cittadino, come ha autorevolmente dichiarato Paolo Grossi, il Presidente della Consulta. Non è un caso, mi pare, che l’art. 48 della costituzione, in un titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”, espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare. A parer mio, c’è una ragione che fa comprendere la diversità delle due opzioni formali, ed essa mi pare abbastanza chiara per restare ancora alla lettera del testo costituzionale: in sede di referendum la costituzione prevede la sua validità solo nel caso che esso raggiunga il quorum richiesto, un tratto del tutto specifico del voto referendario, evidentemente inesistente per il voto politico, valido qualunque percentuale di elettori faccia il proprio “dovere civico”.

Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.

mercoledì 9 marzo 2016

AMIU GENOVA. Tassello del sistema di potere PD

Il coperchio che copriva la maleodorante AMIU è stato finalmente sollevato dalla magistratura inquirente (che era già intervenuta alcuni mesi fa) e sta evidenziando tutto il malcostume e l'innefficienza che i genovesi toccano di mano....e di tasca tutti i giorni.
Però si deve essere chiari: ricordare che quanto succede all'AMIU fa parte di una serie di malagestione amministrativa che contraddistingue la nostra città da diversi decenni, periodo in cui il "potere" è sempre stato nelle mani del PD. Pertanto, quanto sta emergendo non è altro che la conseguenza del "sistema di potere PD".
Sicuramente seguiranno altre soprese.

sabato 5 marzo 2016

TRIPOLI BEL SUOL D'AMORE.....E POI ?



L’incapacità delle Nazioni Unite nel risolvere le controversie che si palesano nei diversi scenari internazionali trova un’ulteriore conferma in Libia ove si vuole imporre un Governo di Unità Nazionale alle diverse fazioni che tutto vogliono fuorché raggiungere un accordo comune. 

Nel mentre si trascina questa farsa della ricerca di una “soluzione politica” al disfacimento istituzionale conseguente alla caduta del regime di Gheddafi (patrocinato da interessi economici anglo-franco-americani), una parte del territorio libico è  stato conquistato dai terroristi  ISIS  in parte di origine locale, in parte in fuga dalla Mesopotamia.
Un rischio enorme si sta prospettando nel Mediterraneo: attacco diretto al traffico marittimo, azioni contro le coste meridionali europee (in primis a quelle italiane), controllo delle fonti energetiche (gas e petrolio) essenziali per la nostra economia.
Una riproposizione in chiave moderna di quanto già visto nei tempi passati in cui pirati saraceni prima, barbareschi dopo assalivano navi, paesi costieri e non (giunsero sino alle Alpi Cozie!), riducendo in schiavitù le persone catturate nelle loro razzie.

Tutti coloro che - scottati dall’esperienza Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia -   vagheggiano una “soluzione politica” pensano che si debba aver chiaro quale soluzione dare al futuro della Libia e non comprendono che il futuro libico è nella sola disponibilità dei molteplici potentati locali che cambiano alleanze e strategie dalla mattina alla sera in base ai rapporti di forza ed all’interesse economico.

In Libia non ci sarà alcuna “soluzione politica”. Non ci sarà alcun Governo di Unità Nazionale che richiederà l’intervento di una coalizione ONU per ristabilire l’ordine nel Paese: e anche se questo dovesse succedere si scateneranno contro la coalizione ONU tutti quelli che non riconosceranno legittimità alle decisioni del Governo di Unità Nazionale.
Quella libica sarà la replica di quanto avvenuto in Somalia: una guerra per bande continua, un sedicente governo che non riesce neppure ad entrare nel Paese, una sede ideale per traffici di qualsiasi natura e l’insediamento di basi terroristiche che sotto le mentite spoglie di una fede religiosa sono vere e proprie multinazionali socio-economiche pronte a taglieggiare il traffico marittimo, le aziende che lavorano nel comparto energetico e – sinanco – ad effettuare azioni belliche a danno dei Paesi vicini.

Pochi ricordano che, nella prima metà del secolo scorso,  la sottomissione del territorio libico da parte italiana durò circa 15 anni con esiti incerti e con un impiego di risorse elevatissimo.
Anche allora si ebbe a che fare con rais, tribù, kabile, confraternite che controllavano porzioni di un territorio mai unito neppure sotto l’Impero Ottomano che esercitava solo una sovranità nominale sulla fascia costiera. La stessa Libia è un’invenzione dell’occupazione coloniale italiana che, solo, nel 1934 unificò Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Governatorato. Un’unità funzionale al governo coloniale ma che non ebbe alcuna sostanziale influenza sulla società libica come le divisioni attuali testimoniano.
Immaginare che si torni ad una partizione del territorio libico, voluta ed attuata dalle kabile locali, appartiene ai probabili scenari futuri con ulteriori problemi che si proietteranno anche sul nostro Paese.

Cercare di prevenire il rischi che si addensano sull’Italia fa parte di una corretta azione di politica estera. Sappiamo tutti che la Libia costituisce un ginepraio da cui è meglio stare distanti e che ogni azione a tutela del nostro Paese va calibrata sulla realtà libica.
Così come è evidente che l’opinione pubblica italiana, annebbiata dai mass-media il cui orizzonte informativo si limita alle beghe da cortile dei politici del nostro Paese, non sia preparata allo scenario prossimo venturo che vedrà l’Italia impegnata in un conflitto, ben diverso da quelli noti ove si ha ben chiaro chi sia il nemico. Un conflitto anomalo, dai tempi lunghi ed incerti, con costi notevoli di natura economica, sociale ed umana.

Eppure, tutto questo, volenti o nolenti le Nazioni Unite e gli innamorati della “soluzione politica”, dovrà essere intrapreso per bloccare, sul nascere, il rischio che l’insediamento di basi terroristiche in Libia rappresenta per il nostro Paese.

sabato 6 febbraio 2016

CELIBATO SACERDOTALE. Chissà?

Il convegno «Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà», promosso dalla Pontificia Università Gregoriana ha permesso di fare il punto sul celibato sacerdotale praticato dalla Chiesa Cattolica di rito latino.
Posto che il celibato sacerdotale non è un dogma, ma una pratica risalente ai primi tempi del cristianesimo e che, secondo quanto espresso dal card. Parolini al convegno  "è una vocazione che nella Chiesa Latina è considerata specialmente conveniente per coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale. È l’occasione per il sacerdote di vivere un’ affettività ricca, per il suo cammino personale e per l’esercizio della sua missione; non è assenza di relazioni profonde, ma spazio per esse. È un “cammino di libertà”» occorre osservare come tale obbligo non sussista per le Chiese cattoliche orientali e come sia stato concesso a pastori luterani, calvinisti ed anglicani sposati di essere ordinati sacerdoti nella Chiesa cattolica latina. 
Non solo, ma papa Benedetto XVI ha previsto la costituzione di ordinariati nei territori della Chiesa latina, dove esercitano ex-ministri anglicani (anche sposati), ordinati sacerdoti cattolici. 
A questo deve aggiungersi che sacerdoti sposati delle chiese cattoliche orientali esercitano il loro ministero presso le comunità orientali nella diaspora determinando, in tal modo, la compresenza sullo stesso territorio di sacerdoti cattolici sposati con altri tenuti al celibato.

Nel corso del Convegno il card. Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi ha espresso l'avviso che  "si potrebbe certamente concepire, anche per la Chiesa latina, che un’altra forma di vita, il matrimonio, sia associata al ministero pastorale", ma "il discernimento finale su questa possibilità spetta all’autorità suprema della Chiesa che ha preferito sino a ora, per serie ragioni, mantenere la fondatezza della legge del celibato ecclesiastico obbligatorio".  

Ecco il punto: "sino ad ora, per serie ragioni" . Viene di fatto accettato che l'obbligo del celibato sacerdotale nella Chiesa latina possa aver termine, ma che esistono serie ragioni per mantenerlo.

Quali siano queste serie ragioni, viste le innumerevoli e fondate deroghe a tale obbligo, non è dato conoscere....

Forse un ripensamento sulla disciplina del celibato sacerdotale sarebbe opportuna considerando possibile la coesistenza della vocazione al matrimonio con la vocazione sacerdotale.