In questi giorni, dopo l'approvazione da parte del Parlamento italiano del ddl Cirinna sulle unioni civili - peraltro non ancora promulgato dal Presidente della Repubblica - diversi sindaci italiani hanno espresso l'avviso che non celebreranno unioni civili fra omosessuali, altri - in maniera più radicale - hanno negato la possibilità che nel loro Comune siano celebrate tali unioni.
Non c'è dubbio che alcune di queste opinioni sono espresse in maniera strumentale, ma al di là di questo aspetto poco commendevole esiste il problema dell'obiezione di coscienza sollevato da questa legge.
Già in altri Paesi, quali la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America, si sono determinate situazioni incresciose in cui pubblici funzionari sono stati incriminati o rimossi per essersi rifiutati di celelebrare unioni civili fra omosessuali, unioni che in alcuni Paesi sono equiparati a matrimoni a tutti gli effetti.
In Italia l'istituto dell'obiezione di coscienza fa la sua apparizione al tempo in cui vigeva il servizio militare di leva obbligatorio: dopo decenni di contrapposizioni si giunse alla "Legge 15 dicembre 1972, n. 772" che dava il diritto all'obiezione e al
servizio civile sostitutivo per motivi morali, religiosi e filosofici; con questa legge l'obiezione di coscienza non veniva ancora considerata
un diritto, ma un beneficio concesso dallo Stato a precise condizioni e
conseguenze: la gestione del servizio civile restava nelle mani del
Ministero della Difesa. Nel Luglio del 1988 si giunse alla modifica della legislazione vigente con la Legge 230 che sancisce il pieno riconoscimento giuridico dell'obiezione di
coscienza. Con questa ultima legge l'obiezione di coscienza non è più un
beneficio concesso dallo Stato, ma diventa un diritto della persona: il
Servizio Civile rappresenta un modo alternativo di "servire la patria",
con una durata pari al servizio militare, a contatto con la realtà
sociale, con i suoi problemi, con le sue sfide. La sospensione della servizio militare di leva obbligatorio ( legge 23 agosto 2004 n. 226) fa venir meno l'esigenza di questo tipo di obiezione di coscienza che, tuttavia, dovrebbe essere nuovamente praticato qualora si dovesse tornare - cosa che al momento non pare previsto - al servizio di leva obbligatorio.
Contemporaneamente si fa strada il riconoscimento dell'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari - medici ed esercenti le attività ausiliarie - cui, con Legge 22 maggio 1978, n.194, viene riconociuto il diritto di non
prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 (attività consultoriale propedeutica all'aborto) ed agli
interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione
di coscienza, con preventiva dichiarazione. In concreto l'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le
attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività
specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione
della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente
all'intervento.
Tale diritto, al momento, viene contestato da più parti stante le difficoltà che incontrano le strutture sanitarie nell'assicurare la pratica dell'interruzione della gravidanza cui sono obbligati per legge.
Al riguardo è interessante notare la diatriba sviluppatasi - anni orsono - in Germania per il rilascio dell'attestato per l'esecuzione dell'interruzione delle gravidanza da parte dei Consultori cattolici: tale rilascio non è più possibile con conseguente soppressione dei contributi statali a detti consultori.
Ciò che appare di tutta evidenza è che si assiste, nel mondo occidentale, ad una campagna culturale contro l'obiezione di coscienza, campagna che sfocia in provvedimenti restrittivi di tale diritto.
E l'obiettivo di tale campagna è l'obiezione di coscienza in quanto tale, a prescindere dal campo della sua applicazione.
Anche in questo caso siamo in presenza di uno Stato che stabilisce quali siano i diritti anzicche riconoscerli.
Le persone, a fronte di questo statalismo strisciante, stanno regrendendo dalla posizione di cittadino a quella di suddito.
Sono, così, comprensibili e da meditare le parole di papa Francesco - novello "defensor civitatis" - quando dichiara al giornalista de "La Croix" che lo intervista circa il comportamento che i cattolici debbano assumere a fronte di leggi quali l'eutanasia o le unioni civili:«Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare,
dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che
una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le
coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere
riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un
diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona
umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche.
Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono
accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente
che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di
pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato».