martedì 26 luglio 2016

DOPO NIZZA, MONACO e ST.ETIENNE


Basta con le dichiarazioni di condanna buone per tutte le stagioni. Basta con l'indignazione e le fiaccolate di protesta.
Nel momento che i nostri valori e la nostra identità si trovano sotto attacco bisogna cambiare strategia e smetterla di giustificare tutto.
Non facciamoci vincere dalla paura.
Se da cristiani occorre percorrere la strada della misericordia e del perdono verso chi ci offende, da cittadini cristiani dobbiamo difendere la nostra gente, il nostro territorio dal criminale tentativo di eversione più subdolo e pericoloso degli ultimi decenni.
Che le Istituzioni sappiano ascoltare e concretizzare la volontà dei cittadini dei nostri Paesi, nel rispetto del diritto e della legalità.






mercoledì 13 luglio 2016

AUTUNNO CALDO ? NO, CALDISSIMO!



Alcuni giorni fa ho avuto un’amara sorpresa in farmacia: tra tickets di medicinali erogati dal SSN e costo di quelli che il SSN non passa, mi sono ritrovato a pagare la modica somma di 154 euro,  nonostante l’esigua quantità di confezioni di medicinali contenuti nel sacchetto. Una rapida disamina e scopra che molti prodotti NON sono considerati “medicinali” ma “integratori” anche se, alla fine, il medico li ha prescritti – in scienza e coscienza – quali prodotti  necessari per la mia salute e dei miei familiari.



Capisco che in tempo di contenimento della spesa (la famigerata «spending review») il SSN discrimini fra farmaci e prestazioni essenziali che giustificano il loro costo a carico dello Stato e gli altri – spesso di largo uso da parte della popolazione – da porre a carico del singolo cittadino. Ma…….



E qui i «ma» sono davvero tanti. Un italiano su quattro percepisce una pensione inferiore a 1000 euro mensili; a questi concittadini che “sopravvivono” con questa miseria erogata dagli Istituti Previdenziali occorre aggiungere i cassa-integrati che - stante la difficile situazione del comparto produttivo nazionale – ben difficilmente saranno riassorbiti nel ciclo lavorativo, i disoccupati che – nonostante i proclami governativi sull’esito del Job’s Act (chissà perché non viene usata la corretta terminologia italiana?) – continuano a sussistere come la quotidiana esperienza delle famiglie testimonia, i lavoratori con contratti capestro rinnovati – quando va bene – di settimana in settimana.

E il tragico elenco potrebbe ancora continuare. Ma voglio terminarlo con tutti coloro che sono stati “derubati” dei loro risparmi dai provvedimenti tesi (diciamo così) a salvare le banche, provvedimenti che non paiono ancora giunti al termine visto che si pensa di iniettare altre risorse pubbliche nel capitale sociale degli Istituti bancari che hanno accumulato, per cattiva ed insensata gestione dei loro amministratori, «crediti in sofferenza od inesigibili» o «derivati carta straccia».  Peccato che queste risorse siano sottratte ad investimenti ben più utili per la generalità della popolazione italiana.



Insomma, tutti questi peregrini che si ritrovano con prescrizioni mediche necessarie per la loro salute si trovano davanti al bivio: curarsi o mangiare, curarsi o pagare l’affitto, curarsi o pagare le bollette dei servizi gas-luce-acqua- riscaldamento…………..



Sorge spontanea chiedersi quale Stato sia in grado di sopravvivere nel sua tenuta sociale in una situazione di questo genere.



Pare di scorgere all’orizzonte un autunno caldo pervaso dall’esigenza di mantenere – ed incrementare – il lavoro dipendente ed autonomo; qui in Liguria ci sono fronti caldi ad Imperia (Pastificio Agnesi), a Vado Lig. (Bombardier), a Genova (Erricson, Piaggio, Ilva, Riparazioni Navali), senza tralasciare il tessuto produttivo andato perso e le piccole aziende dell’indotto. E tutti noi sappiamo come queste realtà siano fonte di lavoro primario per i lavoratori autonomi, specie liberi professionisti.



Ed il detonatore al prossimo autunno caldo sarà probabilmente, il comparto bancario che ha tutto il potenziale per guidare l’Italia alla bancarotta dello stato.

venerdì 10 giugno 2016

Riforma portuale ovvero mancanza di strategia



Il prossimo 17 luglio le competenti Commissioni parlamentari dovrebero terminare il loro compito ed esprimere il loro parere sul Decreto legislativo Riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione della disciplina concernente le autorità portuali di cui alla legge 28 gennaio 1994, n. 84”.

In base a questo Decreto la portualità italiana sarà governata da 15 Autorità di Sistema Portuale (Adsp) con la conseguente soppressione delle esistenti 25 Autorità Portuali; le Autorità Portuali diventeranno - all'interno della rispettiva Adsp - un Ufficio territoriale di scalo. 

Per la Liguria sono previste 2 Adsp: la prima con sede a Genova e comprenderà i porti di Genova, Savona e Vado Lig.; la seconda con sede a La Spezia e comprenderà i porti di La Spezia e Marina di Carrara.

Superabili - con qualche difficoltà - i dissapori per l’unione di Genova, Savona e Vado Lig., resta l’amaro in bocca per una riforma che prosegue nel solco di un centralismo statalista - che mortifica le autonomie locali (ma pare che questa sia il criterio che caratterizza l’attuale stagione politica…..) – ed una governance che confina le Adsp al ruolo di semplici amministratori del condominio portuale.

Queste Adsp nascono, purtroppo, con un deficit di strategia – che pure era presente nell’impostazione iniziale - : i porti quale perno di sistemi logistici che comprendano infrastrutture ed interporti. 

Sarà difficile reggere la concorrenza dei porti nord-europei con il sistema portuale che sta per nascere. 

E’ la cultura politica italiana, bellezza!

lunedì 16 maggio 2016

OBIEZIONE DI COSCIENZA. Diritto da difendere

In questi giorni, dopo l'approvazione da parte del Parlamento italiano del ddl Cirinna sulle unioni civili - peraltro non ancora promulgato dal Presidente della Repubblica - diversi sindaci italiani hanno espresso l'avviso che non celebreranno unioni civili fra omosessuali, altri - in maniera più radicale - hanno negato la possibilità che nel loro Comune siano celebrate tali unioni.
Non c'è dubbio che alcune di queste opinioni sono espresse in maniera strumentale, ma al di là di questo aspetto poco commendevole esiste il problema dell'obiezione di coscienza sollevato da questa legge.
Già in altri Paesi, quali la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America, si sono determinate situazioni incresciose in cui pubblici funzionari sono stati incriminati o rimossi per essersi rifiutati di celelebrare unioni civili fra omosessuali, unioni che in alcuni Paesi sono equiparati a matrimoni a tutti gli effetti.

In Italia l'istituto dell'obiezione di coscienza fa la sua apparizione al tempo in cui vigeva il servizio militare di leva obbligatorio: dopo decenni di contrapposizioni si giunse alla "Legge 15 dicembre 1972, n. 772" che dava il diritto all'obiezione e al servizio civile sostitutivo per motivi morali, religiosi e filosofici; con questa legge l'obiezione di coscienza non veniva ancora considerata un diritto, ma un beneficio concesso dallo Stato a precise condizioni e conseguenze: la gestione del servizio civile restava nelle mani del Ministero della Difesa. Nel Luglio del 1988 si giunse alla modifica della legislazione vigente con la Legge 230 che sancisce il pieno riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza. Con questa ultima legge l'obiezione di coscienza non è più un beneficio concesso dallo Stato, ma diventa un diritto della persona: il Servizio Civile rappresenta un modo alternativo di "servire la patria", con una durata pari al servizio militare, a contatto con la realtà sociale, con i suoi problemi, con le sue sfide. La sospensione della servizio militare di leva obbligatorio ( legge 23 agosto 2004 n. 226) fa venir meno l'esigenza di questo tipo di obiezione di coscienza che, tuttavia, dovrebbe essere nuovamente praticato qualora si dovesse tornare - cosa che al momento non pare previsto - al servizio di leva obbligatorio.

Contemporaneamente si fa strada il riconoscimento dell'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari - medici ed esercenti le attività ausiliarie - cui, con Legge 22 maggio 1978, n.194, viene riconociuto il diritto di non prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 (attività consultoriale propedeutica all'aborto) ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. In concreto l'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento. 
Tale diritto, al momento, viene contestato da più parti stante le difficoltà che incontrano le strutture sanitarie nell'assicurare la pratica dell'interruzione della gravidanza cui sono obbligati per legge.
Al riguardo è interessante notare la diatriba sviluppatasi - anni orsono -  in Germania per il rilascio dell'attestato per l'esecuzione dell'interruzione delle gravidanza da parte dei Consultori cattolici: tale rilascio non è più possibile con conseguente soppressione dei contributi statali a detti consultori.

Ciò che appare di tutta evidenza è che si assiste, nel mondo occidentale, ad una campagna culturale contro l'obiezione di coscienza, campagna che sfocia in  provvedimenti restrittivi di tale diritto
E l'obiettivo di tale campagna è l'obiezione di coscienza in quanto tale, a prescindere dal campo della sua applicazione.

Anche in questo caso siamo in presenza di uno Stato che stabilisce quali siano i diritti anzicche riconoscerli.

Le persone, a fronte di questo statalismo strisciante, stanno regrendendo dalla posizione di cittadino a quella di suddito.

Sono, così, comprensibili e da meditare le parole di papa Francesco - novello "defensor civitatis" - quando dichiara al giornalista de "La Croix" che lo intervista circa il comportamento che i cattolici debbano assumere a fronte di leggi quali l'eutanasia o le unioni civili:«Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato». 

giovedì 28 aprile 2016

BAMBINI MIGRANTI senza presente e senza futuro



Il 35% dei migranti che sono entrati nell’Ue dal 1º gennaio 2016 sono bambini,  molti dei quali viaggiano non accompagnati da un adulto. Nel 2015, 85.482 minori non accompagnati hanno chiesto asilo nell’Unione europea, triplicando le cifre del 2014. La metà di loro proveniva dall’Afghanistan, mentre il 13% dalla Siria. Più di 10.000 bambini migranti sono scomparsi dal loro arrivo in Europa e si teme che alcuni di questi siano sfruttati da bande criminali. Questo i dati dell’Europol e dell’UNHCR. 
Adesso leggo che la Camera dei Comuni britannica ha respinto l’ipotesi di accogliere 3000 minori in Gran Bretagna. 
Non mi scandalizzo. 
Mi arrabbio, invece, all’idea che ci siano minori che vagano per i Paesi europei, permangano senza presente e senza futuro in strutture indegne nella totale indifferenza delle Istituzioni UE e dei singoli Paesi. Il tempo impiegato (ed è indicibilmente tanto….) a discutere sul come affrontare il problema migrazioni verso l’Europa è tempo sottratto, dolosamente, al futuro di questi minori.

lunedì 25 aprile 2016

DALL'AUSTRIA UN MONITO CONTRO LO "STATALISMO STRISCIANTE"

Rifletto sul risultato delle elezioni presidenziali in Austria ove al ballottaggio andranno il candidato del FPOE, Norbert Hofer, che ha conseguito il 36,4% dei voti ed il candidato indipendente Alexander van der Bellen che ha conseguito il 20,4% dei voti.
Tralascio volutamente la valutazione sulla scarsa rilevanza del Presidente all'interno delle Istituzioni democratiche della Repubblica Austriaca: mi pare una "foglia di fico" utilizzata da coloro che hanno subito una clamorosa sconfitta elettorale.
Così come tralascio le valutazioni sui cori di giubilo degli esponenti del Front National e della Lega Nord.
Mi pare semplicistico attribuire questo risultato ad istinti xenofobi, populismo o valutazioni contro l'immmigrazione. La semplice constatazione che Paesi UE in cui sono al governo partiti di sinistra o di centro-destra abbiano posizioni molto negative sulla politica a favore dell'immigrazione deve far scartare questa lettura superficiale del risultato austriaco.
Credo che le motivazioni debbano essere ricercate altrove, come il segnale pervenuto dal recente referendum olandese ha provato a suggerire.
Forse non si è più disposti ad accettare lo "statalismo strisciante" che domina le diverse decisioni assunte in sede UE e per questo vengono penalizzati i due partiti che costituiscono l'asse portante dell'UE: il PSE ed il PPE. Troppe decisioni sono assunte contro gli interessi economici e sociali delle popolazioni, troppo decisioni non rispettano il patrimonio culturale ed ideale delle popolazioni. La stessa Corte di Giustizia di Strasburgo si caratterizza per sentenze che, pur nel rispetto formale dei trattati in essere, confliggono con i sentimenti ed il comune sentire della gente europea.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche del PSE e del PPE, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è recepito come un danno futuro per l'economia dei nostri Paesi.
Tutto questo,ma non solo, è la causa della vittoria del FPOE in Austria, del buon risultato dell'AFD in tre Lander tedeschi.
 
Da cristiano osservo quanto questa politica attuata dal PSE e dal PPE siano lontane dai "fondamentali" della Dottrina Sociale della Chiesa.

martedì 12 aprile 2016

REFERENDUM. Votare, "dovere civico"?

In questi giorni il Presidente della Corte Costituzionale - venendo meno al necessario riserbo proprio di chi riveste una sì alta carica istituzionale - ha dichiarato che partecipare alle votazioni, compresi i referendum (e si riferiva a quello del prossimo 17 aprile, il c.d. NO TRIV) "significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino".
Non credo sia proprio così, in ispecie per le consultazioni referendarie ove il mancato raggiungimento del quorum ha come effetto la bocciatura del quesito referendario. Sicchè far venir meno il quorum non partecipando al voto è una delle opzioni possibili di cui dispone il "buon cittadino" per esprimere il proprio dissenso al quesito del referendum.
 
Al riguardo trovo puntuale, preciso ed illuminante l'opionione espressa dal prof. Biagio Di Giovanni su "Il Messaggero" odierno (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/appello_consulta_referendum_trivelle-1663447.htmle) di cui riporto la parte iniziale:
  
Referendum trivelle, anche astenersi è l’espressione di un «dovere civico»
di Biagio de Giovanni
No, proprio non credo che il voto al referendum del prossimo 17 aprile sul problema delle c.d. trivelle debba essere considerato una sorta di dovere politico, di “obbligo civico”. Non credo che debba essere considerato la carta di identità di un cittadino, come ha autorevolmente dichiarato Paolo Grossi, il Presidente della Consulta. Non è un caso, mi pare, che l’art. 48 della costituzione, in un titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”, espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare. A parer mio, c’è una ragione che fa comprendere la diversità delle due opzioni formali, ed essa mi pare abbastanza chiara per restare ancora alla lettera del testo costituzionale: in sede di referendum la costituzione prevede la sua validità solo nel caso che esso raggiunga il quorum richiesto, un tratto del tutto specifico del voto referendario, evidentemente inesistente per il voto politico, valido qualunque percentuale di elettori faccia il proprio “dovere civico”.

Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.