domenica 23 luglio 2017

Ricercare nuovi strumenti di confronto a tutela del lavoro e dell’occupazione



La calda estate di quest’anno sarà ricordata sia per gli incendi che divampano ovunque (complice la siccità e l’insipienza umana)  e riducono in cenere ettari di terreno distruggendo parte dell’economia agro-silvestre della nostra Italia, sia per le difficoltà a mantenere salda l’occupazione e assicurarla a chi ne è privo.

Non si fa in tempo a tamponare una falla che subito se ne apre un’altra.

Dopo mesi di estenuanti trattative non è stato raggiunto alcun accordo tra Ericsson, le organizzazioni sindacali e il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sicché – così recita un freddo comunicato aziendale -: “Come previsto dalla normativa vigente, il piano di riduzione del personale, che coinvolge 354 persone, dovrà essere completato nell’arco di 120 giorni. Tale decisione risponde alla necessità di incrementare l’efficienza e di adeguare le operazioni ai volumi di business per restare competitivi e garantire profittabilità. Ericsson conferma inoltre il proprio impegno in Italia, dove è presente dal 1918, oggi con circa 3800 dipendenti”.

Così nella tarda serata di venerdì 21 luglio, Ericsson ha iniziato a inviare le email di licenziamento che, per il polo genovese, riguarda 61 dipendenti. 61 famiglie che non fruiranno di alcun ammortizzatore sociale, stante l’asserita impossibilità – condivisa dal Governo – di accedere alla cassa integrazione da parte dell’azienda, nonostante la disponibilità manifestata dalla Regione Liguria e dalle altre Regioni interessate alla vertenza di contribuire a una soluzione meno traumatica del licenziamento tout court.

Immediate le reazioni di Toti e Rixi, rispettivamente Presidente e Assessore allo Sviluppo Economico della Liguria: “Al più presto - spiegano - torneremo a convocare le delegazioni sindacali per analizzare la situazione e cercare insieme misure che possano mitigare l'effetto di questa nefasta decisione”, stigmatizzando l'atteggiamento di Ericsson, che anche questa volta ha rifiutato ogni confronto e anche ogni possibile intervento pubblico a sostegno dell'occupazione e dello sviluppo economico della Liguria. 
Mentre il sindaco Bucci ha rinnovato l'impegno dell'Amministrazione comunale, per quanto possa essere di propria competenza, a cercare soluzioni che possano salvaguardare il futuro dei lavoratori, collaborando con la Regione Liguria e i sindacati.

La vicenda Ericsson è solo l’ultima di una catena ininterrotta di aziende che riducono il personale, ma ricevono poco o nulla visibilità da parte dei mass-media, sia per le dimensioni aziendali, sia per il numero delle persone licenziate. E’ uno stillicidio continuo e drammatico che comprende le aziende, spesso ad alto contenuto tecnologico, che trasferiscono la produzione in Paesi a basso costo di mano d’opera mantenendo nel nostro Paese il solo centro direzionale.
La mancanza di lavoro tocca in maniera pesante, anche se avviene senza grande rilievo, i professionisti, gli artigiani e i commercianti che subiscono le immediate conseguenze dalla riduzione di personale delle piccole, medie e grandi aziende.
Insomma è un impoverimento progressivo che aggredisce la società italiana nel suo complesso.

Ovviamente sono tutte giuste, tutte condivisibili - anzi da coadiuvare con un deciso sostegno della pubblica opinione - le azioni poste in essere dalle Regioni e dai Comuni interessati da queste vicende.
Tuttavia, non si può che rilevare come siano, ormai (e ahimè) spuntati e privi di effetti concreti gli interventi degli Enti Pubblici nei confronti delle multinazionali, delle aziende che hanno il loro centro direzionale (o la proprietà) all’estero o – ancor peggio – la cui proprietà si trovi nella disponibilità di fondi economici.

Si deve riconoscere come le Istituzioni – e financo le Organizzazioni Sindacali - dispongano, al momento, di "armi" spuntate o obsolete per fronteggiare il "potere" di organismi che non hanno alcuna voglia o interesse a confrontarsi.
Prima ce ne rendiamo conto, tanto prima si potranno ricercare nuovi strumenti di confronto a tutela del lavoro e dell’occupazione.


giovedì 23 marzo 2017

WESTFALIA 1648 - ROMA 2017



In questo tormentato periodo ove tutte le certezze paiono essere poste in dubbio, ove pare contare maggiormente la sorte di un partito politico rispetto al bene comune, ove si assiste alla concentrazione della ricchezza in pochissime mani a scapito della totalità della popolazione, ove le aziende sono sempre più appannaggio di Fondi finanziari impermeabili ad ogni considerazione di natura sociale ed ove, come logica conseguenza, le organizzazioni sindacali non sono tenute in alcuna considerazione, ove i governanti dei singoli Stati paiono trarre la loro legittimazione da Agenzie di rating anziché dai propri cittadini,  ove le Istituzioni non sembrano in grado di garantire una libera e sicura convivenza fra le persone, ove la religione (o la sua interpretazione) pare tornare a dettare le regole dei rapporti fra le genti, ove miriadi di organizzazioni internazionali/sovranazionali regolano nei più minuti particolari e con dubbia efficacia il vivere degli abitanti del globo, ove il tasso di occupazione in Europa è a livelli infimi,  in tutto questo il dipinto che celebra i Trattati di Westfalia del 1648 può essere d’aiuto per fermarsi prima di incappare in una via senza uscita. E ritrovare la ragione perduta.
Non si tratta di un’operazione all’insegna dell’amarcord in cui si guarda al passato considerato migliore del presente, ma di utilizzare le risorse e le esperienze passate per costruire un avvenire migliore.
In Westfalia, nel 1648, si diede vita ad un sistema geopolitico che, definendo in maniera condivisa le relazioni internazionali fra Stati, assicurò all’Europa una stabilità politica per più di tre secoli, stabilità interrotta dal giacobinismo rivoluzionario francese sfociato nell’assolutismo napoleonico e “picconata” dalla visione utopistica americana della Società delle Nazioni, prima e delle Nazioni Unite, poi.
Ci sono due aspetti affermatisi in quel lontano 1648 che mi paiono utili: il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati ed il criterio dell’equilibrio fra gli stessi.
Nei giorni in cui si celebra la firma dei Trattati di Roma, questi due aspetti possono ispirare un reale cambiamento di marcia dell’Unione Europea che, allo stato attuale delle scenario mondiale, costituisce una scelta ineludibile per i Paesi del Vecchio Continente compressi tra le proiezioni internazionali degli Stati Uniti d’America, della Cina e della Russia.
Affermare il principio della non ingerenza comporta l’accettazione della sovranità del singolo Paese in una molteplicità di decisioni attualmente accentrate a Bruxelles, salvo: la difesa e la politica estera comune, la libera circolazione delle persone, beni e servizi, la salvaguardia del commercio ed industria verso Paesi esterni all’Unione.
Mentre per il criterio di equilibrio deve essere evitato che un Paese , o un blocco di Paesi, determini od influenzi le scelte e gli indirizzi dei restanti Paesi membri. Tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno – e debbono avere – pari dignità e pari opportunità.
Ma, in Westfalia, fu affermato un terzo principio che, ai giorni nostri, pare fortemente condizionato ed ignorato: il diritto internazionale. Ritessere la trama del rispetto, sempre e comunque, del diritto internazionale può consentire all’Europa di vivere in scenari di pace, senza imbarcarsi in avventure che, come le tragedie di questi ultimi decenni hanno ampiamente dimostrato, i popoli europei si ritrovano a pagare con abbondanti interessi.

sabato 28 gennaio 2017

QUEL CHE RESTA DELL'ATLANTISMO

A mio sommesso parere, l'interessse USA verso l'Europa ha iniziato a scemare già con la Presidenza Clinton e, da allora, la divaricazione fra gli interessi geopolitici statunitensi e quelli europei è sempre stata più evidente con il riposizionamento della politica estera USA sui rapporti transpacifici.
Lo stesso tentativo di trattato TTIP anziché rendere più coese le relazioni atlantiche rimarcava la subordinazione dell'UE agli interessi economici USA. 
Così come le sanzioni economiche contro la Russia, cui si è accodata obtorto collo l'UE, o le vicende susseguenti alle c.d. "Primavere arabe" hanno di fatto deleggittimato ed indebolito l'UE a tutto vantaggio delle politica economica, commerciale ed internazionale degli Stati Uniti. 
Mentre si realizzava questo scenario tutti, in Europa, hanno fatto la politica dello struzzo sicché non è stata sviluppata una dottrina politica che sancisca l'autonomia responsabile europea in tema di capacità di difesa e di proiezione geopolitica. 
La Brexit - ancorcchè la decisione ultima spetti al Parlamento britannico - costituirà un'ulteriore appensantimento dello scenario per l'UE. 
La Turchia, membro della NATO, nell'accordarsi con la Russia per la soluzione del conflitto siriano ha reso palese come il re (atlantismo) sia nudo. Un assist formidabile agli USA che da tempo ritengono strategicamente inutile continuare a finanziare questo carrozzone voluto in una realtà storica e politica completamente diversa dall'attuale.

Che fare? 
Dire che l'UE si trovi nel classico "cul de sac" è riconoscere una triste ed amara verità.
Provo, sragionando ad alta voce, ad immaginare due possibili scenari:
1. una rapida riconversione dell'UE;
2. un dissolvimento dell'UE.

Il primo mi pare di difficile ed ardua realizzazione in tempi rapidi, quali richiesti dalla gravità della situazione, sia perchè occorre modificare i Trattati costitutivi dell'Unione, sia per la carenza di leaders europei di vaglia, sia per la tendenza a litigare sulle minutaglie anziché pensare in grande.
Il secondo - che in parola semplice suona come "liberi tutti" - è molto rischioso ed avventurista: porrebbe i singoli Paesi - a cominciare dall'Italia - alla mercè delle due potenze regionali che si stanno attrezzando per questo evento: la Russia e la Gran Bretagna. Senza contare della capacità di penetrazione economica della Cina e di alcuni Paesi Arabi in ogni Paese europeo alle prese, già adesso, con la scarsa tenuta economica delle proprie imprese.

Voglio sperare che si possa percorrere il primo scenario......

martedì 17 gennaio 2017

GENOVA. C'è chi vuole la decrescita felice e far morire la città.

La nostra città ha sempre avuto, inspiegabilemente un rapporto conflittuale con il porto e le attività che vi svolgono, Un senso di fastidio che si manifesta nel rallentare ed insabbiare ogni tentativo di migliorare la produttività del porto che resta la prima fonte di reddito dei genovesi. L'incongruenza è somma, si vive e si campa col porto, ma - sotto sotto - si opera contro il porto.Non è che le Istituzioni abbiano comportamenti molto diversi. Ricordare la battaglia di un'intera Giunta contro il rigasificatore del Porto Petroli è solo un esempio. 
Adesso un pugno di cittadini benestanti opera contro le Riparazioni Navali giungendo ad affermare, attraverso il proprio portavoce, che questo tipo di attività dovrebbere trovarsi ad almeno 8-10 km da nuclei abitati; vien da sorridere: dove si pensa di trovare lungo le coste liguri - e financo italiane - una situazione di questo tipo ? 
Dicano chiaramente che pensano di eliminare le Riparazioni Navali, le industrie manifatturiere dal nostro Paese in modo da concludere la loro vita fra il lusso e la tranquillità alla faccia di tutti coloro che da queste attività traggono il sostentamento per sè e la loro famiglia....a parte la ricchezza prodotta per il Sistema Italia.

Diventa sempre più urgente ribellarsi al principio della decrescita felice per impedire che Genova muoia!


domenica 25 dicembre 2016

AMORIS LAETITIA. Un po di chiarezza, per favore.......

E' bello scoprire che oltre al  card. Raymond Leo Burke (nella foto) ed i cardinali Walter Brandmüller, Joachim Meisner e Carlo Caffarra che hanno espresso  al Papa 5 brevi domande tese a chiarire il significato di alcuni punti oscuri del documento "Amoris Laetitia" che generano e permettono interpretazioni teologicamente confuse e contradditotrie ad opera di sacerdoti e vescovi, vi sia anche un parroco di periferia che abbia analoghi problemi interpretativi per poter svolgere coscienziosamente il suo servizio di natura pastorale. 

A mio sommesso avviso, se non vengono dissipati i dubbi si corre il rischio di una crescita del soggettivismo, che in altri termini significa adottare la logica del "fai da te". 
Forse questo non era l'intendimento né del Sinodo, nè di papa Francesco. 
Ma c'è sempre tempo per rimediare.....

“Amoris laetitia”, i “dubia” di un parroco e una risposta “blowin’ in the wind”

martedì 20 dicembre 2016

GALANTINO. Scontro di civiltà? Un bel tacere......

Leggo sul Corriere della Sera odierno (vedi link a fondo post) l'intervista a S.E. mons. Galantino, Segreterio della Conferenza Episcopale Italiana, e, francamente, non capisco. 
Anzi non condivido. 
Forse sarebbe bene che un chierico - per quanto importante nella gerarchia ecclesiastica - lasciasse ai laici cattolici le valutazioni politiche su vicende così tragiche. Spesso l'esprimere giudizi etici sottointende - come nel caso in ispecie - posizioni di natura politica e, anzi, la vogliono indirizzare.
Con molto rispetto per le opinioni del Segretario della CEI, ritengo che la fede religiosa- ahimé - c'entri in queste vicende, una fede religiosa distorta (forse) che viene usata sicuramente per fini politici. 
Tale è la lotta secolare tra sunniti e sciti nel mondo islamico (d'altronde noi cristiani abbiamo fatto la nostra parte allorcchè le diverse confessioni cristiane furono utilizzate per fini di potere dai principi del tempo: luterani vs.cattolici o calvinisti vs.cattolici ecc. ecc.).
Sicchè la fede religiosa viene chiamata in causa sino a lambire la civiltà che le fedi religiose hanno ispirato ed innervato nel corso dei secoli.
Scontro di civiltà? Nel mondo islamico, nell'umma mussulmana, sicuramente. 
Ma tale scontro viene portato, volenti o nolenti,  anche verso  altre realtà religiose e - di converso - verso le altre civiltà che a queste fedi sono ispirate. E' sufficiente guardare allo scontro in atto fra induismo ed islamismo e fra quest'ultimo e la millenaria realtà confuciana della Cina.
Si potrà sicuramente dire che la nostra Europa sta abdicando alla propria civilità innervata ed ispirata dal cristianesimo, ma....siamo sicuri che ragionamenti quali quelli del Segretario della CEI non operino - anche incosapevolmente - all'interno di questo processo di abdicazione. Esattamente come operano, scientemente, parroci che rinunciano alle manifestazioni della tradizione religiosa del nostro popolo!
 
Da molto tempo, nel nostro Paese, i chierici hanno pensato di eliminare i laici cattolici dalla politica. Laici cattolici infidi che pensavano con la propria testa ed agivano di conseguenza, meglio emarginarli ed agire in proprio.
 
A mio sommesso avviso, ciò non sta producendo politiche positive né a livello nazionale, né nel confronto internazionale.
L'idea che i chierici siano tuttologi autorefenrenziati che possiedono una ricetta ed una risposta giusta per ogni questione del vivere civile mi pare alquanto insensata e, alla lunga, pericolosa.

(*) http://www.corriere.it/esteri/16_dicembre_20/mons-galantino-scontro-civilta-fede-soltanto-denaro-f1005ebc-c680-11e6-84f8-50724e442573.shtml

lunedì 12 dicembre 2016

Matteo Renzi. il PD e gli sgabelli...

Oggi Direzione Nazionale PD; Il Segretario Renzi interviene mentre il suo alter ego si appresta a sciogliere la riserva (come dire "oh via, un conti nulla"). Un discorso che nulla dice sull'esito del referendum (ne parleremo....è roba del passato) ed ingrana la marcia sul futuro (discorsi già sentiti.....) perchè l'Italia lo merita. Chicca essenziale: mai, prima del suo arrivo al Nazzareno, il PD ha preso il 40% dei consensi e quindi solo lui è in grado di portare alla vittoria elettorale il PD (peccato che molti di quei SI non siano ascrivibili ad elettori del PD.....).
Insomma il PD non è andato a sbattere, anzi ha fatto una politica che gli Italiani non hanno compreso, ma.....è quella giusta! 
Se c'era bisogno di una prova provata del continuismo tra il vecchio PCI (che Renzi non ha praticato per questioni anagrafiche, ma deve aver assorbito in modo ignoto) e l'attuale PD è finalmente arrivata: il Partito ha sempre ragione (ovviamente il Partito sono i suoi capi) e tutti gli altri non capiscono niente!
 
E c'è ancora chi corre a fare da sgabello a questi personaggi....