Allorché il 24
maggio 1915 le prime formazioni del Regio Esercito italiano varcarono il
confine austriaco in Trentino e nel Friuli dando inizio alla guerra contro
l’Austro-Ungheria, già dall’agosto 1914 migliaia d’italiani residenti in
Trentino, Friuli, Istria e Dalmazia combattevano sotto le bandiere
austroungariche.
Al momento,
nonostante le ricerche compiute – quando possibile – negli archivi austriaci e
italiani e il meritorio impegno degli Enti Locali per fare memoria dei loro
concittadini partiti per la guerra è difficile stabilire con precisione quanti
furono gli italiani che – nel primo conflitto mondiale – servirono sotto la
bandiera austriaca. Si stima, comunque, che 55.000 trentini e 8000 friulani
(anche se alcuni calcolano che siano stati complessivamente centomila) abbiano
partecipato alla guerra con l’uniforme austriaca.
Alla fine
della guerra questi italiani furono cancellati dalla memoria storica, perché la
loro patria non era più l’Austria e la nuova patria, l’Italia, che aveva
“redento” le loro terre, non li considerava degni d’essere ricordati, in quanto
“austriacanti”, mentre in realtà erano stati semplicemente cittadini austriaci.
A questi
italiani “figli di nessuno” dimenticati da tutti, dalla patria e dalla storia,
è dedicato questo scritto che si avvale delle ricerche di storici, del lavoro
svolto da molti Comuni e Province già soggette all’Austria e dell’attenzione
che la Croce Nera austriaca - associazione austriaca fondata nel 1919 con lo
scopo di mantenere viva la memoria dei caduti nei conflitti mondiali - dedica
nel censire i luoghi di sepoltura ed effettuare periodiche visite ai cimiteri e
sacrari militari che contengono spoglie di soldati degli ex-territori
austriaci, sia in Austria sia all'estero.
Le forze
armate dell’impero austro-ungarico erano costituite da 3 eserciti: il K.u.K.
(Kaiserlische und Konigliche) comune per la Duplice Monarchia; il K.K.
(Kaiserliche Konigliche) per la monarchia austriaca, esercito conosciuto anche
come Landwehr; il K.U. (Konigliche Ungarische) per la monarchia ungherese, noto
anche come Honvéd. Da notare che il termine Landwehr ed Honvéd sono tutt’ora
usati sia dall’Austria, sia dall’Ungheria per designare i rispettivi eserciti.
La marina e la
nuova arma aeronautica facevano parte delle forze armate comuni (K.u.K.)
dell’impero.
Tale
distinzione – che comportava comandi, organizzazione e logistica separati –
andò man mano affievolendosi nel corso del conflitto sia per la necessità di
un'unica “catena di comando” evidenziata dagli eventi bellici, sia per la
riforma voluta nel 1916 dal nuovo imperatore Carlo I D’Asburgo.
Gli italiani,
sudditi dell’impero austro-ungarico, all’inizio del1914 erano inquadrati o nel
K.u.K o nella Landerwehr.
In particolare
i cittadini del Litorale (corrispondente
grosso modo all’Istria ed Isole dalmate ed a parte dell’attuale Venezia Giulia)
servirono nel 97° K.u.K. Infanterie Regiment Waldstätten, il cui 3^ battaglione aveva sede a Trieste.
Quelli del
Tirolo meridionale (corrispondente grosso modo all’attuale Provincia di Trento)
servirono in massima parte nel K.u.K. Tiroler Kaiserjägerregimenter,
organizzati su 4 reggimenti i cui comandi risiedevano a Trento, Bolzano,
Rovereto e Riva del Garda, sia nei Tiroler Landesschützen e nei Tiroler
Standschützen, quest’ultimi destinati alla difesa territoriale.
Quando venne
emanato l’ordine di mobilitazione, dalla Stazione Centrale di Trieste nella
giornata dell’11 agosto 1915 partirono 3.500 soldati del K.u.K. IR 97° che
raggiunsero la Galizia ove, nei terreni acquitrinosi davanti a Leopolo
(L’vov/Lemberg), il reggimento partecipò alle operazioni contro i russi subendo
pesanti perdite, pari al 50% dei suoi organici, disgregandosi e finendo in rotta;
quelli che sopravvissero furono fatti prigionieri dai russi, pochi riuscirono a raggiungere le retrovie ove
furono reinquadrati.
Il 97°
Reggimento tornò in linea partecipando a diverse operazioni militari per la
liberazione di Przemysl e Leopoli, sinché rimase a svolgere attività di
controllo del territorio tra la Galizia e la Bucovina; nell’estate 1916 si
ritrovò in una situazione critica a fronte dell’offensiva russa guidata dal
gen. Brussilov, lasciando ai russi un elevato numero di prigionieri.
La rivoluzione
sovietica del 1917, con la conseguente disgregazione delle armate russe, e la
pace di Brest-Litowsk (3 marzo1918) colse il Reggimento impegnato sul fronte
romeno. Intanto l’impero austro-ungarico stava collassando, impotente a
sostenere uno sforzo bellico ben superiore alle sue potenzialità economiche,
finché si giunse alla dissoluzione (autunno 1918) dell’apparato militare
austriaco ed al rientro dei militari nel Litorale, ormai italiano, ed alla loro
smobilitazione.
Nell’ambito
delle truppe italiane del 97° Reggimento nacque una gustosa filastrocca: ”E su
per la Galizia – e zo per i Carpazi – vestiti da paiazzi – ne tocherà marciar”.
Dopo l’ordine
di mobilitazione emanato il 31 luglio 1914, il I° e II° reggimento del K.u.K.
Tiroler Kaiserjägerregimenter furono i primi a raggiungere, via ferrovia, il
fronte della Galizia-Bucovina partendo da Trento il 7 e 9 agosto 1914;
seguirono, quindi, le unità dei LandeSchützen. Sul fronte orientale, contro
forse russe preponderanti, si dissanguarono (insieme al K.u.K IR 97) i
reggimenti tirolesi dei Kaiserjäger e dei LandeSchützen. L’esercito
austro-ungarico non si riprese più da un simile salasso nonostante l’estensione
della leva ai ventenni (novembre 1914) ed ai cinquantenni (maggio 1915).
Molti soldati
morirono sul campo di battaglia, altri morirono per le ferite riportate o per
le malattie (specie tifo) negli ospedali militari di Praga, Wels, Inssbruck,
Vienna, Merano, Bolzano e Trento, altri furono fatti prigionieri dai russi
finendo nei campi di concentramento in Russia e Siberia, altri ancora furono
considerati dispersi. Si calcola che i trentini morti in Galizia siano circa
11.440 (il 2,9 % della popolazione trentina dell’epoca), le loro salme non tornarono mai in Patria, ma
furono disperse in cimiteri di guerra di fortuna.
Quando nel
maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria, quest’ultima si rese conto
che il Tirolo era completamente sguarnito essendo tutto il dispositivo militare
concentrato sul fronte orientale. Gli StandSchützen costituirono la prima linea
del fronte contro l'Italia; la forza era costituita da circa 23.500 uomini, di
cui 3.442 tirolesi italiani e 2.080 del Vorarlberg. Essi erano strutturati in
battaglioni ognuno dei quali raggruppava uomini provenienti dallo stesso
distretto amministrativo; in più, nel Trentino, erano suddivisi in
compagnie. Complessivamente contavano 41
battaglioni e 132 compagnie. Dopo il congedo degli uomini più anziani ed il
passaggio di molti nelle file dei Kaiserjager e dei KaiserSchützen rimasero
ancora - nel 1917 - 12.700 elementi tedeschi con 833 ufficiali e 2.900 tirolesi
italiani con 102 ufficiali.
Nonostante la
popolazione di vaste zone del Trentino (Primiero, le basse Giudicarie, Ala,
Avio) fosse fatta sgomberare, su iniziativa dei generali austriaci, senza alcun
riguardo e molte famiglie che risiedevano lungo il confine con l'Italia fossero
deportate e/o evacuate in zone interne della monarchia, desta meraviglia la
circostanza che specie gli StandSchützen abbiano eroicamente operato per la
difesa territoriale, quasi un ultimo ricordo dell'impero dei molti popoli nel
quale si poteva vivere bene assieme.
I militari
fatti prigionieri dai russi vissero esperienze, a dir poco, incredibili. I più
fortunati vennero impiegati in lavori agricoli o nelle industrie statali o
private sostituire i lavoratori arruolati nell’esercito zarista. La
maggioranza, però, fu internata nei campi di prigionia e, nel momento dei primi
approcci del Regno d’Italia con le potenze dell’Intesa (di cui faceva parte
l’Impero russo), il Governo Italiano si pose il problema di liberare dalla
prigionia i “fratelli irredenti”. D’intesa con le autorità russe, si stabilì di
trasferire nel campo di concentramento di Kirsanov i prigionieri italiani di
nazionalità austriaca che avessero accettato di rientrare in Italia. Diverse
migliaia accettarono, per altri prevalse il senso di lealtà verso la monarchia
asburgica od il rifiuto di tornare sotto le armi. I circa 4.000 prigionieri
“redenti” furono trasferiti, a partire dall’ottobre 1916, ad Arcangelo da dove
raggiunsero via mare l’Italia; qui giunti, tuttavia, non vennero inquadrati nel
Regio Esercito: si nutrivano forti dubbi sulla loro lealtà verso il Regno
d’Italia e si temeva che, qualora catturati dagli austriaci, fossero passati
per le armi quali traditori.
Nel corso del
1917 i prigionieri (ma anche i soldati ancora impegnati a combattere i russi)
entrarono a contatto con la rivoluzione russa: alcuni aderirono alla causa
bolscevica, altri rimasero in attesa degli eventi. Sconfitta l’Austria-Ungheria
(novembre 1918) e liberati dai campi di concentramento, i vennero avviati –
mediante la Transiberiana – verso l’Estremo Oriente; qui, circa ex-prigionieri
furono inquadrati nel “Regio Corpo di Spedizione in Estremo Oriente”, struttura
militare che – unitamente a forze inglesi, francesi, giapponesi e statunitensi
- affiancava i cosiddetti “Russi Bianchi” dell’amm. Kolciak che si opponeva ai
Soviet bolscevici. Alla disfatta degli eserciti “bianchi”, seguì il rimpatrio
del Corpo di spedizione ed il trasferimento degli ex-prigionieri, ormai sudditi
del Regno d’Italia, che sbarcarono a Napoli nell’aprile 1920. Coloro che non
entrarono a far parte del Corpo di spedizione, rientrarono in Italia in modo
spesso avventurosi.
Da quel momento
l’oblio scese sia sugli italiani caduti al servizio dell’imperatore, sia su
quelli che tornarono nelle loro case in Trentino, nella Venezia Giulia, in
Istria ed in Dalmazia. Colpevoli di aver servito in un esercito composto da ben
undici etnie diverse e, nonostante, ciò ben saldo e fedele al giuramento fatto
all’Imperatore sino alla sconfitta del loro Stato multietnico. Colpevoli di
essere italiani “redenti”!
Il regime
fascista impose la “damnatio memoriae” verso questi italiani, sia morti che
vivi. Solo nel secondo dopoguerra, iniziò l’opera di ricerca documentale e la
risistemazione dei cimiteri di guerra (quelli ancora sopravvissuti agli orrori
della 2^ guerra mondiale), unitamente alla commemorazione dei soldati italiani
al servizio dell’Austria mediante specifiche cerimonie e l’apposizione di cippi
e targhe ricordo.