martedì 12 aprile 2016

REFERENDUM. Votare, "dovere civico"?

In questi giorni il Presidente della Corte Costituzionale - venendo meno al necessario riserbo proprio di chi riveste una sì alta carica istituzionale - ha dichiarato che partecipare alle votazioni, compresi i referendum (e si riferiva a quello del prossimo 17 aprile, il c.d. NO TRIV) "significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino".
Non credo sia proprio così, in ispecie per le consultazioni referendarie ove il mancato raggiungimento del quorum ha come effetto la bocciatura del quesito referendario. Sicchè far venir meno il quorum non partecipando al voto è una delle opzioni possibili di cui dispone il "buon cittadino" per esprimere il proprio dissenso al quesito del referendum.
 
Al riguardo trovo puntuale, preciso ed illuminante l'opionione espressa dal prof. Biagio Di Giovanni su "Il Messaggero" odierno (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/appello_consulta_referendum_trivelle-1663447.htmle) di cui riporto la parte iniziale:
  
Referendum trivelle, anche astenersi è l’espressione di un «dovere civico»
di Biagio de Giovanni
No, proprio non credo che il voto al referendum del prossimo 17 aprile sul problema delle c.d. trivelle debba essere considerato una sorta di dovere politico, di “obbligo civico”. Non credo che debba essere considerato la carta di identità di un cittadino, come ha autorevolmente dichiarato Paolo Grossi, il Presidente della Consulta. Non è un caso, mi pare, che l’art. 48 della costituzione, in un titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”, espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare. A parer mio, c’è una ragione che fa comprendere la diversità delle due opzioni formali, ed essa mi pare abbastanza chiara per restare ancora alla lettera del testo costituzionale: in sede di referendum la costituzione prevede la sua validità solo nel caso che esso raggiunga il quorum richiesto, un tratto del tutto specifico del voto referendario, evidentemente inesistente per il voto politico, valido qualunque percentuale di elettori faccia il proprio “dovere civico”.

Che cosa indica il quorum al referendum? Una cosa assai semplice: che all’astensione si può dare il significato politico di una scelta. Per esser chiaro: se ritengo che il quesito sia formulato in modo equivoco, se penso, a ragione o a torto, che il raggiungimento del quorum sia dannoso per le politiche dell’Italia, e quindi non vado a votare, esercito il mio “dovere civico” proprio non votando, contribuendo al fallimento del referendum stesso. Prioritaria mi pare la questione del quorum, indicativo di una situazione propria della consultazione referendaria. Perché votare se considero poco chiare o sbagliate le alternative proposte? Ancora di più: perché votare se penso che il mancato raggiungimento del quorum impedirà proprio che il risultato sia valido, considerando positivamente la regolamentazione in atto di una certa materia? Non posso influenzare così la scelta che considero giusta? L’astensione non acquista un pieno significato politico? Posso anche sbagliare in questo giudizio, ma l’errore in questo caso fa parte della fisionomia delle mie libere scelte. Insomma, ammettiamo pure che si debba applicare il concetto di “dovere civico” al referendum. Questo dovere lo posso esercitare anche non votando, ovvero contribuendo ad evitare che si raggiunga il quorum; metto in atto passivamente, per dir così, una mia libera valutazione politica.

mercoledì 9 marzo 2016

AMIU GENOVA. Tassello del sistema di potere PD

Il coperchio che copriva la maleodorante AMIU è stato finalmente sollevato dalla magistratura inquirente (che era già intervenuta alcuni mesi fa) e sta evidenziando tutto il malcostume e l'innefficienza che i genovesi toccano di mano....e di tasca tutti i giorni.
Però si deve essere chiari: ricordare che quanto succede all'AMIU fa parte di una serie di malagestione amministrativa che contraddistingue la nostra città da diversi decenni, periodo in cui il "potere" è sempre stato nelle mani del PD. Pertanto, quanto sta emergendo non è altro che la conseguenza del "sistema di potere PD".
Sicuramente seguiranno altre soprese.

sabato 5 marzo 2016

TRIPOLI BEL SUOL D'AMORE.....E POI ?



L’incapacità delle Nazioni Unite nel risolvere le controversie che si palesano nei diversi scenari internazionali trova un’ulteriore conferma in Libia ove si vuole imporre un Governo di Unità Nazionale alle diverse fazioni che tutto vogliono fuorché raggiungere un accordo comune. 

Nel mentre si trascina questa farsa della ricerca di una “soluzione politica” al disfacimento istituzionale conseguente alla caduta del regime di Gheddafi (patrocinato da interessi economici anglo-franco-americani), una parte del territorio libico è  stato conquistato dai terroristi  ISIS  in parte di origine locale, in parte in fuga dalla Mesopotamia.
Un rischio enorme si sta prospettando nel Mediterraneo: attacco diretto al traffico marittimo, azioni contro le coste meridionali europee (in primis a quelle italiane), controllo delle fonti energetiche (gas e petrolio) essenziali per la nostra economia.
Una riproposizione in chiave moderna di quanto già visto nei tempi passati in cui pirati saraceni prima, barbareschi dopo assalivano navi, paesi costieri e non (giunsero sino alle Alpi Cozie!), riducendo in schiavitù le persone catturate nelle loro razzie.

Tutti coloro che - scottati dall’esperienza Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia -   vagheggiano una “soluzione politica” pensano che si debba aver chiaro quale soluzione dare al futuro della Libia e non comprendono che il futuro libico è nella sola disponibilità dei molteplici potentati locali che cambiano alleanze e strategie dalla mattina alla sera in base ai rapporti di forza ed all’interesse economico.

In Libia non ci sarà alcuna “soluzione politica”. Non ci sarà alcun Governo di Unità Nazionale che richiederà l’intervento di una coalizione ONU per ristabilire l’ordine nel Paese: e anche se questo dovesse succedere si scateneranno contro la coalizione ONU tutti quelli che non riconosceranno legittimità alle decisioni del Governo di Unità Nazionale.
Quella libica sarà la replica di quanto avvenuto in Somalia: una guerra per bande continua, un sedicente governo che non riesce neppure ad entrare nel Paese, una sede ideale per traffici di qualsiasi natura e l’insediamento di basi terroristiche che sotto le mentite spoglie di una fede religiosa sono vere e proprie multinazionali socio-economiche pronte a taglieggiare il traffico marittimo, le aziende che lavorano nel comparto energetico e – sinanco – ad effettuare azioni belliche a danno dei Paesi vicini.

Pochi ricordano che, nella prima metà del secolo scorso,  la sottomissione del territorio libico da parte italiana durò circa 15 anni con esiti incerti e con un impiego di risorse elevatissimo.
Anche allora si ebbe a che fare con rais, tribù, kabile, confraternite che controllavano porzioni di un territorio mai unito neppure sotto l’Impero Ottomano che esercitava solo una sovranità nominale sulla fascia costiera. La stessa Libia è un’invenzione dell’occupazione coloniale italiana che, solo, nel 1934 unificò Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Governatorato. Un’unità funzionale al governo coloniale ma che non ebbe alcuna sostanziale influenza sulla società libica come le divisioni attuali testimoniano.
Immaginare che si torni ad una partizione del territorio libico, voluta ed attuata dalle kabile locali, appartiene ai probabili scenari futuri con ulteriori problemi che si proietteranno anche sul nostro Paese.

Cercare di prevenire il rischi che si addensano sull’Italia fa parte di una corretta azione di politica estera. Sappiamo tutti che la Libia costituisce un ginepraio da cui è meglio stare distanti e che ogni azione a tutela del nostro Paese va calibrata sulla realtà libica.
Così come è evidente che l’opinione pubblica italiana, annebbiata dai mass-media il cui orizzonte informativo si limita alle beghe da cortile dei politici del nostro Paese, non sia preparata allo scenario prossimo venturo che vedrà l’Italia impegnata in un conflitto, ben diverso da quelli noti ove si ha ben chiaro chi sia il nemico. Un conflitto anomalo, dai tempi lunghi ed incerti, con costi notevoli di natura economica, sociale ed umana.

Eppure, tutto questo, volenti o nolenti le Nazioni Unite e gli innamorati della “soluzione politica”, dovrà essere intrapreso per bloccare, sul nascere, il rischio che l’insediamento di basi terroristiche in Libia rappresenta per il nostro Paese.

sabato 6 febbraio 2016

CELIBATO SACERDOTALE. Chissà?

Il convegno «Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà», promosso dalla Pontificia Università Gregoriana ha permesso di fare il punto sul celibato sacerdotale praticato dalla Chiesa Cattolica di rito latino.
Posto che il celibato sacerdotale non è un dogma, ma una pratica risalente ai primi tempi del cristianesimo e che, secondo quanto espresso dal card. Parolini al convegno  "è una vocazione che nella Chiesa Latina è considerata specialmente conveniente per coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale. È l’occasione per il sacerdote di vivere un’ affettività ricca, per il suo cammino personale e per l’esercizio della sua missione; non è assenza di relazioni profonde, ma spazio per esse. È un “cammino di libertà”» occorre osservare come tale obbligo non sussista per le Chiese cattoliche orientali e come sia stato concesso a pastori luterani, calvinisti ed anglicani sposati di essere ordinati sacerdoti nella Chiesa cattolica latina. 
Non solo, ma papa Benedetto XVI ha previsto la costituzione di ordinariati nei territori della Chiesa latina, dove esercitano ex-ministri anglicani (anche sposati), ordinati sacerdoti cattolici. 
A questo deve aggiungersi che sacerdoti sposati delle chiese cattoliche orientali esercitano il loro ministero presso le comunità orientali nella diaspora determinando, in tal modo, la compresenza sullo stesso territorio di sacerdoti cattolici sposati con altri tenuti al celibato.

Nel corso del Convegno il card. Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi ha espresso l'avviso che  "si potrebbe certamente concepire, anche per la Chiesa latina, che un’altra forma di vita, il matrimonio, sia associata al ministero pastorale", ma "il discernimento finale su questa possibilità spetta all’autorità suprema della Chiesa che ha preferito sino a ora, per serie ragioni, mantenere la fondatezza della legge del celibato ecclesiastico obbligatorio".  

Ecco il punto: "sino ad ora, per serie ragioni" . Viene di fatto accettato che l'obbligo del celibato sacerdotale nella Chiesa latina possa aver termine, ma che esistono serie ragioni per mantenerlo.

Quali siano queste serie ragioni, viste le innumerevoli e fondate deroghe a tale obbligo, non è dato conoscere....

Forse un ripensamento sulla disciplina del celibato sacerdotale sarebbe opportuna considerando possibile la coesistenza della vocazione al matrimonio con la vocazione sacerdotale.


mercoledì 3 febbraio 2016

GENOVA: TRASPORTO PUBBLICO ED IPOCRISIA



Sono, ormai, passati diversi giorni dalla notizia che l’AMT di Genova (vedi anche http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/01/25/AS4jEMKB-linee_appalta_privati.shtmlenova) intende affidare la gestione di alcune linee di trasporto a società private; si tratta di linee  che servono frazioni collinari e periferiche di Genova per le quali l’AMT denuncia scarsità di autobus disponibili.
A parte la prevedibile opposizione delle Organizzazioni Sindacali sorprende il silenzio delle Istituzioni.

Salvo che non mi sia nota con precisione la materia, l’AMT è concessionaria del servizio di trasporto urbano sul territorio del Comune di Genova e non può certo operare con sub-concessioni,  sicché l’attribuzione dell’esercizio di linee di trasporto urbano ad entità diverse da AMT dovrebbe passare attraverso la revisione dell’attuale concessione con un conseguente bando di concorso per la concessione di tali linee a soggetti diversi.

La materia presenta aspetti di  scarsa trasparenza considerando che la Regione Liguria non ha ancora deciso se il trasporto pubblico locale sarà gestito come unico “bacino” o suddividendo il territorio regionale in più bacini di traffico, senza contare la vexata quaestio dell’integrazione ferro-gomma; situazione resa complicata dall’eredità lasciata dalla precedente Giunta di sinistra in cui il trasporto pubblico locale fu gestito in maniera incompetente dall’ass. Vesco.

Ma la mia riflessione vuole sottolineare l’ipocrisia sottesa a questa situazione. Per non superare il tabù dell’affidamento a privati del servizio di trasporto pubblico si stanno effettuando gli attorcigliamenti più inverecondi con la conseguenza di un continuo peggioramento del servizio reso agli abitanti della nostra Regione ed una situazione di un parco mezzi sia stradali che ferroviari del tutto obsoleto.

lunedì 11 gennaio 2016

ILVA. I lavoratori hanno ragione. Genova pure!

Oggi circa 400 dipendenti geneovesi dell'ILVA hanno manifestato per le vie di Genova ed occupato - con la dissociazione di FIM ed UILM - Palazzo Tursi. (leggere la cronaca su "Il Secolo XIX odierno http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/01/11/AS8q1V8-centro_cornigliano_giorno.shtml).

I lavoratori dell'ILVA hanno ragioni da vendere, così come ce l'ha l'intera città di Genova. Entrambi hanno subito un Accordo di programma delittuoso e nocivo per tutti. 
Però bisogna anche ricordare chi ha sostenuto e voluto quell'Accordo e chi lo ha gestito, in primis il PD e gli Enti Locali a guida PD.
 
Sarebbe opportuno e doveroso, nella salvaguardia dei livelli occupazionali, rivedere quell'Accordo e guardare avanti verso soluzioni diversificate circa il futuro dell'ILVA - e non è detto che la stessa sia vendibile a terzi stanti i problemi giuridici sulla proprietà della stessa che cmq. è pur sempre dei Riva - e delle aree di Cornigliano su cui insiste lo stabilimento.

Ricordare che l'industria siderurgica è un asset essenziale per il nostro Paese non va mai dimenticato!

sabato 14 novembre 2015

PARIGI 2015. La nostra debolezza.



Un bel corteo di solidarietà, fiori e lumini sul luogo degli attentati, compianto per le vittime, cordoglio espresso ai loro familiari, invettiva contro gli attentatori, promesse per debellare i terroristi, inseverimento nel controllo del territorio. Poi, il nulla. Il nulla che prosegue e “riempie” la coscienza e la cultura del mondo occidentale. Questa è la triste realtà con cui il mondo occidentale si confronta con il terrorismo di matrice islamica. Una debolezza intrinseca perché “loro” sanno chi sono e cosa vogliono essere e cosa vogliono fare: sarà un’applicazione faziosa e discutibile della lettura del Corano, non condivisa da molti mussulmani coinvolti – loro malgrado – in un’evidente lotta di potere fra le diverse “confessioni” islamiche (sunniti, sciiti, karigiti, alawiti, whabiti, drusi ecc. ecc.) e fra i diversi potentati  dispotici - nell’accezione che Montesquieu dava a tale termine – presenti nel dar-el–Islam. E’ comunque, evidente, che l’apparato ideale che sta dietro all’ISIS ed ai gruppi ad esso affiliati costituisce motivo di appartenenza, di lotta e di richiamo: un motivo per cui vale la pena, anche, di morire.

La desolazione ideale e culturale delle società occidentali costituisce il miglior alleato di chi opera attentati, stragi, sgozza persone inermi, impone stili di vita disumane nei territori conquistati. Gli interventi armati tamponano – forse – una situazione, ma non la risolvono.