domenica 25 dicembre 2016

AMORIS LAETITIA. Un po di chiarezza, per favore.......

E' bello scoprire che oltre al  card. Raymond Leo Burke (nella foto) ed i cardinali Walter Brandmüller, Joachim Meisner e Carlo Caffarra che hanno espresso  al Papa 5 brevi domande tese a chiarire il significato di alcuni punti oscuri del documento "Amoris Laetitia" che generano e permettono interpretazioni teologicamente confuse e contradditotrie ad opera di sacerdoti e vescovi, vi sia anche un parroco di periferia che abbia analoghi problemi interpretativi per poter svolgere coscienziosamente il suo servizio di natura pastorale. 

A mio sommesso avviso, se non vengono dissipati i dubbi si corre il rischio di una crescita del soggettivismo, che in altri termini significa adottare la logica del "fai da te". 
Forse questo non era l'intendimento né del Sinodo, nè di papa Francesco. 
Ma c'è sempre tempo per rimediare.....

“Amoris laetitia”, i “dubia” di un parroco e una risposta “blowin’ in the wind”

martedì 20 dicembre 2016

GALANTINO. Scontro di civiltà? Un bel tacere......

Leggo sul Corriere della Sera odierno (vedi link a fondo post) l'intervista a S.E. mons. Galantino, Segreterio della Conferenza Episcopale Italiana, e, francamente, non capisco. 
Anzi non condivido. 
Forse sarebbe bene che un chierico - per quanto importante nella gerarchia ecclesiastica - lasciasse ai laici cattolici le valutazioni politiche su vicende così tragiche. Spesso l'esprimere giudizi etici sottointende - come nel caso in ispecie - posizioni di natura politica e, anzi, la vogliono indirizzare.
Con molto rispetto per le opinioni del Segretario della CEI, ritengo che la fede religiosa- ahimé - c'entri in queste vicende, una fede religiosa distorta (forse) che viene usata sicuramente per fini politici. 
Tale è la lotta secolare tra sunniti e sciti nel mondo islamico (d'altronde noi cristiani abbiamo fatto la nostra parte allorcchè le diverse confessioni cristiane furono utilizzate per fini di potere dai principi del tempo: luterani vs.cattolici o calvinisti vs.cattolici ecc. ecc.).
Sicchè la fede religiosa viene chiamata in causa sino a lambire la civiltà che le fedi religiose hanno ispirato ed innervato nel corso dei secoli.
Scontro di civiltà? Nel mondo islamico, nell'umma mussulmana, sicuramente. 
Ma tale scontro viene portato, volenti o nolenti,  anche verso  altre realtà religiose e - di converso - verso le altre civiltà che a queste fedi sono ispirate. E' sufficiente guardare allo scontro in atto fra induismo ed islamismo e fra quest'ultimo e la millenaria realtà confuciana della Cina.
Si potrà sicuramente dire che la nostra Europa sta abdicando alla propria civilità innervata ed ispirata dal cristianesimo, ma....siamo sicuri che ragionamenti quali quelli del Segretario della CEI non operino - anche incosapevolmente - all'interno di questo processo di abdicazione. Esattamente come operano, scientemente, parroci che rinunciano alle manifestazioni della tradizione religiosa del nostro popolo!
 
Da molto tempo, nel nostro Paese, i chierici hanno pensato di eliminare i laici cattolici dalla politica. Laici cattolici infidi che pensavano con la propria testa ed agivano di conseguenza, meglio emarginarli ed agire in proprio.
 
A mio sommesso avviso, ciò non sta producendo politiche positive né a livello nazionale, né nel confronto internazionale.
L'idea che i chierici siano tuttologi autorefenrenziati che possiedono una ricetta ed una risposta giusta per ogni questione del vivere civile mi pare alquanto insensata e, alla lunga, pericolosa.

(*) http://www.corriere.it/esteri/16_dicembre_20/mons-galantino-scontro-civilta-fede-soltanto-denaro-f1005ebc-c680-11e6-84f8-50724e442573.shtml

lunedì 12 dicembre 2016

Matteo Renzi. il PD e gli sgabelli...

Oggi Direzione Nazionale PD; Il Segretario Renzi interviene mentre il suo alter ego si appresta a sciogliere la riserva (come dire "oh via, un conti nulla"). Un discorso che nulla dice sull'esito del referendum (ne parleremo....è roba del passato) ed ingrana la marcia sul futuro (discorsi già sentiti.....) perchè l'Italia lo merita. Chicca essenziale: mai, prima del suo arrivo al Nazzareno, il PD ha preso il 40% dei consensi e quindi solo lui è in grado di portare alla vittoria elettorale il PD (peccato che molti di quei SI non siano ascrivibili ad elettori del PD.....).
Insomma il PD non è andato a sbattere, anzi ha fatto una politica che gli Italiani non hanno compreso, ma.....è quella giusta! 
Se c'era bisogno di una prova provata del continuismo tra il vecchio PCI (che Renzi non ha praticato per questioni anagrafiche, ma deve aver assorbito in modo ignoto) e l'attuale PD è finalmente arrivata: il Partito ha sempre ragione (ovviamente il Partito sono i suoi capi) e tutti gli altri non capiscono niente!
 
E c'è ancora chi corre a fare da sgabello a questi personaggi....

domenica 27 novembre 2016

Fidel Castro, Cuba e la revolucion

Credo che sia difficile giudicare Fidel Castro se non si tiene conto della Dottrina Monroe integrata dal Corollario Roosevelt, nonchè dello stato di subordinazione - costituzionalizzata - di Cuba agli Stati Uniti nel periodo antecedente alla Seconda Guerra Mondiale e della situazione di Cuba nel secondo dopoguerra sotto la dittatura di Fulgenzio Batista in cui l'isola fu in mano a "Cosa Nostra". 
Nè si può dimenticare la cecità della politica USA nei confronti del primo periodo in cui Fidel Castro governò Cuba; una cecità che offerse Cuba all'Unione Sovietica su un piatto d'argento. 
Ne conseguì l'episodio della Baia dei Porci, la crisi dei missili sovietici a Cuba e l'adozione del regime comunista nell'isola. 
Per la cronaca tutto ciò si verificò la presidenza dei democratici J.F. Kennedy e di L. Johnson.
 
Questo non scusa, nè giustifica la dittatura, l'assenza di libertà e democrazia ed il mancato rispetto dei diritti umani che per 60 anni hanno ingabbiato Cuba.......ma, qualche responsabilità della situazione è giusto riconoscerla agli Stati Uniti.

lunedì 5 settembre 2016

TERREMOTO. SUSSIDIARIETA' NEGLETTA



Passano i giorni e le notizie che filtrano attraverso gli organi di informazione confermano le peggiori aspettative: siamo nel marasma più completo per il futuro delle zone terremotate e dei suoi abitanti.
Se si deve riconoscere la prontezza e l’efficienza della “macchina dei soccorsi” – ormai rodata, purtroppo, dalle tante catastrofi naturali che si verificano nel nostro Paese – si deve altresì, riconoscere come sia del tutto fumosa ed inconcludente la “macchina del post terremoto”.

Già la scelta di ospitare i circa 4000 terremotati nelle tendopoli in un’area appenninica ove la brutta stagione e le basse temperature sono alle porte, appare frettolosa ed imprudente, tanto che si sta ipotizzando di chiudere velocemente le tendopoli e trasferire la popolazione od in strutture alberghiere od in non meglio precisate “seconde case” nell’attesa di installare casette prefabbricate in legno (con tempi del tutto incerti) …….. aspettando la ricostruzione vera e propria.
Le conseguenze sono del tutto evidenti: impossibilità di mantenere in vita le attività economiche e lavorative, specie quelle agricole,  dispersione della comunità, chiusura di ogni attività scolastica in zona.
Sarebbe stato possibile utilizzare, da subito al posto delle tende, “moduli abitativi” che avrebbero consentito alla popolazione di superare la stagione invernale restando sul proprio territorio e partecipare da protagonisti alla ricostruzione del tessuto abitativo ed economico dei loro paesi.

Nonostante le esperienze negative di altre emergenze – non ultima il terremoto dell’Aquila – si sta percorrendo una soluzione poco chiara, ammantando di belle parole e promesse il “vuoto pneumatico” che contraddistingue, nel caso, l’azione del Governo centrale.
Non sarà certo il “commissario straordinario” – qualsiasi esso sia – a risolvere la situazione del post-terremoto visti i suoi poteri alquanto nebulosi, costretto a rapportarsi – prima di assumere ogni decisione –con la Presidenza del Consiglio, con la Protezione Civile ed i Presidenti delle Regioni interessate.

Eppure una soluzione cui ispirarsi esiste. Quella del terremoto del Friuli nel 1976. Lì la gente rimase abbarbicata, tenacemente, ai propri paesi e governò la ricostruzione; si oppose all’allontanamento dei bambini e dei ragazzi in età scolare dalle zone colpite nella convinzione che dovessero restare con i loro genitori anche nel primo difficile inverno dopo il sisma.
Lì furono i sindaci, supportati dalla Regione, ad operare fattivamente per ricostruire tutto “com’era e dov’era” sottoposti com’erano al controllo sociale, che è ben più forte di quello burocratico.

Certo, alla base di quella scelta c’era un cultura di fondo che si ispira al “principio di sussidiarietà”.
Una cultura che troppo spesso si sostiene a parole, ma viene negletta nei fatti.

lunedì 22 agosto 2016

MANIFESTO DI VENTOTENE. Un documento irrilevante per l'unità europea.

Utilizzando una nave vecchia di 31 anni, Renzi si è presentato all'appuntamento con Hollande e Merkel enfatizzando il "Manifesto di Ventotene" quale documento fondante dell'unità europea. Peccato che tale documento non abbia, per nulla, costituito la base su cui è stata costruita l'UE: redatto da intellettuali di sinistra, futuri co-fondatori del Partito d’Azione, il documento è un vessillo di quell’idea d’Europa molto “laica” e molto statalista che in effetti ebbe ben poco peso all'inizio dell'avventura europea.
Per quanto è dato conoscere tale Manifesto è praticamente sconosciuto al resto d'Europa.
Per opportuna memoria e verità storica le istituzioni europee sono nate per ispirazione ed impulso di tre statitisti cattolici il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi, che avevano preso le mosse dalle comuni radici cristiane dell’Europa e assunto come riferimento simbolico il Sacro Romano Impero (ciò spiega, notiamo per inciso, perché tuttora il massimo riconoscimento europeo sia un premio intitolato a Carlo Magno). Beninteso, il filone “laico” era già allora presente, ma aveva i suoi antesignani nel francese Jean Monnet e nel belga Paul-Henri Spaak, e non certo negli autori del Manifesto di Ventotene e nella loro Unione dei Federalisti Europei.
Insistere nel magnficare l'importanza del Manifesto di Ventotene ha per Renzi il solo significato di rendersi subalterno ai circoli politico-culturali eredi della visione statalista, "laica" e boriosamente incapace di ascoltare i popoli europei che sciauguratamente ha prevalso in seno all'UE sul finire del secolo scorso riducendola alle triste condizioni attuali.
Non solo, con tale richiamo Renzi ha dimostrato-qualora ve ne fosse ulteriore riprova - la pochezza del proprio pensiero politico, la mancanza di conoscenza della storia patria che vede in De Gasperi l'artefice della collocazione nel nostro Paese fra i costruttori e realizzatori dell'unità europea, la volontà di perseguire un ideale europeo ben diverso da quello per cui hanno lavorato le migliorio personalità politiche che l'hanno preceduto.

venerdì 19 agosto 2016

SUSSIDIARIETA'. Il tradimento della riforma costituzionale



Il principio di sussidiarietà, ancorché affermato a livello UE dai Trattati di Maastricht e di Lisbona ed a livello nazionale dall’art. 118 della Costituzione Italiana (confermato nel testo della riforma che sarà sottoposta al vaglio del corpo elettorale nel prossimo autunno), sta perdendo smalto ed interesse tanto da far dubitare della reale volontà di applicarlo nei rapporti concreti sia fra l’UE ed i singoli Paesi membri sia all’interno dei singoli Paesi fra le diverse articolazioni delle Amministrazioni e fra le stesse ed i cittadini.

Se tutto ciò può apparire argomento di discussione accademica a livello generale, per i cristiani assume un aspetto dirimente dei rapporti pubblici e sociali.
Basti, qui ricordare, quanto affermato nell’Enciclica Centesimus Annus:  «Disfunzioni e difetti dello Stato assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune. Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso».
Nel dare atto che lo Stato assistenziale costituisce un ricordo di un passato spesso non commendevole, resta l’affermazione del principio di sussidiarietà quale cardine delle dinamiche pubbliche e sociali; su questo principio deve attestarsie l’azione politica svolta dai cristiani a qualsiasi livello ed in modo speciale a quello parlamentare.

Ebbene si deve prendere atto che la conferma del dettato dell’art. 118 della Costituzione (Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a  Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. . . .omissis. . . . Stato, Regioni, Città metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà) è stato sostanzialmente disatteso da altri articoli delle modifiche riguardanti la Costituzione.

Anziché prevedere che ogni Regione organizzasse le funzioni amministrative a misura delle proprie esigenze e vicinanze ai problemi delle rispettive popolazioni (esigenze e problemi ben diverse fra i territori delle nostre regioni) con un colpo di spugna sono state cancellate prima le Comunità Montane, adesso le Province (enti con un governo eletto democraticamente) senza, peraltro, prevedere chi avrebbe assolto le funzioni svolte da tale Enti e finanziare adeguatamente quelle intestate ai Comuni ed alle Regioni. Lo Stato ha stabilito, in maniera centralistica, quale debba essere la propria organizzazione territoriale.  
Non solo, viene rafforzato l’impianto centralistico dello Stato mantenendo inalterata la rete delle Prefetture che restano, così, le sole interlocutrici dei Comuni. Siamo di fronte ad un radicale riaccentramento del potere politico fino a riportare, con gli aggiornamenti del caso, l’Italia al centralismo dello Stato liberale pre-fascista in cui il Prefetto torna ad essere il dominus dei Comuni. Osservare che il Prefetto è un funzionario dello Stato nominato dal Governo e soggetto alle sue decisioni non pare fuori luogo……

A tutto ciò deve aggiungersi che le modifiche costituzionali prevedono una sostanziale eliminazione delle competenze attualmente in capo alle Regioni che vengono ridotte a meri organi esecutivi dello Stato. Viene addirittura introdotta una “clausola di supremazia” in forza della quale Roma può  sottrarre in ogni momento ulteriori competenze alle Regioni “a tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica o dell’interesse nazionale”.

Insomma, da un lato si afferma che questa riforma costituzionale non intacca i principi fondamentali su cui è stata costituita la nostra Repubblica, dall’altra si comprimono – quanto volutamente non è dato sapere – il principio di sovranità  [La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (art. 1, comma secondo della Costituzione)] e le autonomie locali ed il decentramento amministrativo [La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principî ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento (art 5 della Costituzione)], con un ritorno allo statalismo tipico del vecchio Regno d’Italia.

Questi aspetti non compaiono nel dibattito sulla riforma, tutto centrato sull’abolizione del “bicameralismo perfetto” che viene considerato la panacea per abbattere i tempi per la formazione delle leggi. Non sarà così, giacché le nuove norme renderanno ancora più complesso l’iter di formazione legislativa in quanto il nuovo Senato non perderà occasione per rimarcare le proprie – sia pure limitate – prerogative. Parimenti la presunta riduzione dei “costi della politica” è puramente di facciata stante la permanenza dei costi del funzionamento del Senato e gli ovvii rimborsi spese ai senatori per i loro trasferimenti e soggiorni a Roma.

Rimarcare che questa riforma statalista e centralista si applicherebbe – qualora approvata dal corpo elettorale – ad uno Stato come quello di oggi, afflitto da una spesa pubblica dilagante che  assorbe oltre il 50 per cento del prodotto nazionale lordo è sostanziale: non è con la centralizzazione di ogni scelta e di ogni controllo, bensì con l’autonomia responsabile che si può riuscire a bloccare tale spesa e, poi, ridurla.
Il principio di sussidiarietà – ignorato dalla riforma – può liberare e valorizzare quelle risorse umane e culturali che possono aiutare il nostro Paese a risolvere i problemi che lo attanagliano: da un lato quelli economici, dall’altro quelli sociali.