L’incapacità
delle Nazioni Unite nel risolvere le controversie che si palesano nei diversi
scenari internazionali trova un’ulteriore conferma in Libia ove si vuole
imporre un Governo di Unità Nazionale alle diverse fazioni che tutto vogliono
fuorché raggiungere un accordo comune.
Nel mentre
si trascina questa farsa della ricerca di una “soluzione politica” al
disfacimento istituzionale conseguente alla caduta del regime di Gheddafi (patrocinato da interessi economici
anglo-franco-americani), una parte del territorio libico è stato conquistato dai terroristi ISIS
in parte di origine locale, in parte in fuga dalla Mesopotamia.
Un rischio
enorme si sta prospettando nel Mediterraneo: attacco diretto al traffico
marittimo, azioni contro le coste meridionali europee (in primis a quelle italiane), controllo delle fonti energetiche (gas e petrolio) essenziali per la nostra
economia.
Una
riproposizione in chiave moderna di quanto già visto nei tempi passati in cui
pirati saraceni prima, barbareschi dopo assalivano navi, paesi costieri e non (giunsero sino alle Alpi Cozie!),
riducendo in schiavitù le persone catturate nelle loro razzie.
Tutti coloro
che - scottati dall’esperienza Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia - vagheggiano una “soluzione politica” pensano
che si debba aver chiaro quale soluzione dare al futuro della Libia e non
comprendono che il futuro libico è nella sola disponibilità dei molteplici potentati
locali che cambiano alleanze e strategie dalla mattina alla sera in base ai
rapporti di forza ed all’interesse economico.
In Libia non
ci sarà alcuna “soluzione politica”. Non ci sarà alcun Governo di Unità Nazionale
che richiederà l’intervento di una coalizione ONU per ristabilire l’ordine nel
Paese: e anche se questo dovesse succedere si scateneranno contro la coalizione
ONU tutti quelli che non riconosceranno legittimità alle decisioni del Governo
di Unità Nazionale.
Quella
libica sarà la replica di quanto avvenuto in Somalia: una guerra per bande
continua, un sedicente governo che non riesce neppure ad entrare nel Paese, una
sede ideale per traffici di qualsiasi natura e l’insediamento di basi
terroristiche che sotto le mentite spoglie di una fede religiosa sono vere e
proprie multinazionali socio-economiche pronte a taglieggiare il traffico
marittimo, le aziende che lavorano nel comparto energetico e – sinanco – ad
effettuare azioni belliche a danno dei Paesi vicini.
Pochi
ricordano che, nella prima metà del secolo scorso, la sottomissione del territorio libico da
parte italiana durò circa 15 anni con esiti incerti e con un impiego di risorse
elevatissimo.
Anche allora
si ebbe a che fare con rais, tribù, kabile, confraternite che controllavano
porzioni di un territorio mai unito neppure sotto l’Impero Ottomano che
esercitava solo una sovranità nominale sulla fascia costiera. La stessa Libia è
un’invenzione dell’occupazione coloniale italiana che, solo, nel 1934 unificò
Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Governatorato. Un’unità funzionale
al governo coloniale ma che non ebbe alcuna sostanziale influenza sulla società
libica come le divisioni attuali testimoniano.
Immaginare
che si torni ad una partizione del territorio libico, voluta ed attuata dalle
kabile locali, appartiene ai probabili scenari futuri con ulteriori problemi
che si proietteranno anche sul nostro Paese.
Cercare di
prevenire il rischi che si addensano sull’Italia fa parte di una corretta
azione di politica estera. Sappiamo tutti che la Libia costituisce un ginepraio
da cui è meglio stare distanti e che ogni azione a tutela del nostro Paese va
calibrata sulla realtà libica.
Così come è
evidente che l’opinione pubblica italiana, annebbiata dai mass-media il cui
orizzonte informativo si limita alle beghe da cortile dei politici del nostro
Paese, non sia preparata allo scenario prossimo venturo che vedrà l’Italia
impegnata in un conflitto, ben diverso da quelli noti ove si ha ben chiaro chi
sia il nemico. Un conflitto anomalo, dai tempi lunghi ed incerti, con costi
notevoli di natura economica, sociale ed umana.
Eppure,
tutto questo, volenti o nolenti le Nazioni Unite e gli innamorati della “soluzione
politica”, dovrà essere intrapreso per bloccare, sul nascere, il rischio che l’insediamento
di basi terroristiche in Libia rappresenta per il nostro Paese.
